Patrick Mazzarol

7 MIN

Quando si inizia un viaggio, nelle piccole cose, nelle grandi cose e nelle grandi imprese, ci che mette le persone nelle condizioni di arrivare proprio là dove vogliono è quella che viene nominata (anche in maniera spesso inflazionata e indiscriminata) motivazione, che non è altro che il MOTIVO all’AZIONE che porta con sé voglia e impegno che consentono di utilizzare le proprie abilità per trovare migliori soluzioni, crescere grazie ai risultati negativi, mantenere chiaro il focus sull'obiettivo e su come raggiungerlo e molto altro.

Ci di cui voglio parlarti in queste righe è l'aspetto legato ai risultati e agli obiettivi nel mondo dello sport.


Già dai primi anni di vita siamo chiamati a generare risultati in tutti gli ambiti (scuola, sport, vita quotidiana) e le aspettative su di noi sono generalmente importanti: gli altri vorrebbero che fossimo i migliori a scuola e i migliori nello sport, che fossimo ubbidienti e allo stesso tempo autonomi e decisi; dovremmo anche essere educati e tranquilli, poi in altre occasioni dovremmo saper uscire dagli schemi ed essere vivaci e dinamici.

A livello pratico vorrebbero che fossimo il meglio che si possa essere (in base a stereotipi definiti da non si sa chi) in ogni momento e in ogni ambito.

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Passano gli anni e molti di noi si convincono che questa sia la regola.

Ricordo ancora molto piacevolmente il giorno in cui un mental coach, dopo avermi aiutato a consapevolizzare una delle mie regole mentali che recitava: “essere sempre il migliore” mi disse: “ottimo modo per rovinarsi l’esistenza, perché è una cosa impossibile”.

Per la nostra mente “sempre” significa veramente “sempre”, cioè ogni istante, ogni attimo, ogni respiro, ogni battito, ogni spazio di tempo di cui non hai nemmeno consapevolezza. Per la nostra mente “il migliore” significa “il migliore” senza eccezioni, significa essere il più veloce di tutti, il più forte di tutti, quello che ricorda meglio di tutti, quello che parla meglio di tutti, il più alto, ma in alcuni casi il più basso di tutti, ecc.

La domanda che mi sorge spontanea è questa: ipotizzando che io potessi essere il migliore in ogni ambito e in ogni momento, gli altri come avrebbero potuto esserlo a loro volta? E se fossimo stati in 10?

Ecco pronta una bella guerra all'insoddisfazione!


Patrick Mazzarol

Troppo spesso ritroviamo atteggiamenti in cui il risultato viene considerato positivo solo se è il migliore in termini assoluti.

Non mi dilungo nel raccontarti come non appena ho sostituito la vecchia regola mentale “essere sempre il migliore” con “essere il meglio di me stesso in un determinato frangente” ho cominciato effettivamente a vivere i risultati sia positivi (che è facile) sia negativi in un nuovo modo, maggiormente propulsivo ed emotivamente sano. Quando cambi una regola così importante, ti accorgi subito dei cambiamenti che generi!

Fortunatamente per chi pratica sport (soprattutto a livello agonistico) arriva molto presto la consapevolezza che pretendere di essere il migliore ed esserlo sempre, semplicemente, non funziona.

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Coloro ai quali va meglio cominciano a sviluppare un sistema interno di monitoraggio dei risultati, cioè un sistema attraverso il quale schematizzano le proprie abilità, potenzialità e miglioramenti e imparano a trarre soddisfazione dal fatto di aver fatto tutto ci che era nelle loro possibilità per avere il miglior risultato possibile in un determinato istante.

Per altri (che nell'ambito sportivo purtroppo sono la maggior parte, anche ai più alti livelli) le cose vanno in maniera diversa e il risultato molto spesso rischia di diventare nemico di se stesso. Questo aspetto va tenuto in notevole considerazione quando pianicano gli obiettivi, specialmente se lo si fa attraverso un percorso di allenamento mentale.

Molto spesso il risultato che ci si è proposti di ottenere può diventare un temibile nemico che sul percorso si presenta inesorabile a ogni occasione utile.

Ogni situazione impegnativa sembra essere motivo di pensare che quel determinato risultato non sarà raggiunto, il pensiero di non farcela comincia a farsi spazio nella mente e comincia a inciare le potenzialità della performance; crescono le preoccupazioni, peggiora lo stato d’animo, ecc.

Alcuni atleti dichiarano di vedere mentalmente quell'obiettivo che si allontana al termine di ogni competizione (e di ogni allenamento meno buono del solito) percependo la sensazione di star perdendo tutto: ci pensano, si preoccupano e il circolo problematico si rafforza, generalmente conducendo proprio agli effetti temuti.

Patrick Mazzarol
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La chiave per invertire questo trend sta nel rendersi conto che risultati e obiettivi devono diventare gli strumenti che ci permettono di generare motivazione (cioè il motivo ad agire) per generare momenti produttivi e vivere emozioni, perché ci che interessa al nostro cervello è semplicemente vivere emozioni!

Puoi vederla in questi termini: poniamo il caso che tu decida di fare un giro turistico in auto, l'obiettivo è partire da un luogo, fare un certo percorso e ritornare nel luogo di partenza.

In questo caso non sarà tanto il fatto di completare il giro e arrivare nuovamente nel luogo da cui sei partito che ti appassionerà, ma sarà ci che vedrai lungo il percorso, forse sarà lo stare in compagnia chiacchierando, forse le emozioni legate al guidare la tua auto nuova o chissà quali altre situazioni.

Patrick Mazzarol

Procedendo con il giusto piacere lungo il percorso, trovando strade alternative nel caso di chiusure o deviazioni, aggiustando il tiro per gli orari, ecc. riuscirai a fare il giro in maniera naturale, e senza averci pensato durante il viaggio, perché stai assaporando ci che vedi, ci che senti e ci che fai, perché hai imparato a goderti il viaggio.

Questo è il miglior modo per raggiungere i tuoi obiettivi.

Patrick Mazzarol / Contributor

Patrick Mazzarol

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