Sergio Carnovali

7 MIN

Il rugby è uno sport meravigliosamente composto nel proprio caos.

Un caos apparente, dominato da regole e strutture che hanno la straordinaria capacità di renderlo ancora più libero e fantasioso.

Quando questo caos smette di essere apparente e per una qualsivoglia ragione, è la confusione a dominare sovrana, è necessario ritornare ai principi: avanzare, sostenere, continuare.

Ritornare ai principi.

Lo sentiamo urlare concitatamente sui campi dagli allenatori ai ragazzini quando questi iniziano a peccare di protagonismo, quando si dimenticano di avere dei compagni, quando la loro individualità prevale sul gioco di squadra, quando i movimenti del gruppo perdono una direzione.

Si smarriscono.

Caos disordinato.

Quando in verità questo sport richiede ordine.

Ci vuole ordine nel caos.

Sergio Carnovali

Perchè il rugby è uno sport “olistico”, in cui l’insieme delle sue parti è più rilevante della singola entità ma il singolo deve essere perfettamente funzionante, per poter aiutare i molti.

Solo quando e se si verifica questo ritorno ai principi, si recupera l’armonia giusta per ricondurre all'ordine il caos che ha fatto impazzire questo delicato organismo.

Personalmente, riuscire a portare con l’A.S. Rugby Milano il rugby in carcere, prima nella struttura minorile del Beccaria nel 2008, in seguito nella realtà carceraria di Bollate nel 2013 ed ora anche a San Vittore a Milano, è stato come ritornare ai principi.

Ricominciare a trasmettere dalla base quello che questo sport è in grado di donare.

Tornare là dove il rugby può insegnare il profondo significato di avanzare, sostenere. Continuare.

Avanzare dopo che un meccanismo si è inceppato, pagando il giusto prezzo ma non più di quanto dovuto.

Sostenere attraverso la soddisfazione dei propri bisogni nel rispettò di sé stessi e della squadra.

Continuare a vivere dignitosamente.

Entrare in un luogo dove spesso è più facile portare aiuto che aspettare l’arrivo di una richiesta di aiuto.

Un posto, il carcere, dove è importante far luce negli angoli bui nei quali sono stati abbandonati concetti come quello di disponibilità e bisogno.

Divertimento.

Sì, divertimento.

Sergio Carnovali

Come è fondamentale ricordare che i bambini apprendono divertendosi, è importante non dimenticare che lo stesso deve valere per un adulto che sovente non ricorda nemmeno il significato della parola.

Divertirsi nel rispetto delle regole.

Quanto suona adeguata questa frase sia per uno sport come il rugby che per una attività che si può svolgere all’interno di un carcere?

E’ importante ricordare che quanto facciamo come A.S. Rugby Milano all’interno delle strutture carcerarie non è assolutamente un tentativo di creare una squadra competitiva in un campionato strutturato all’esterno.

Non ci interessa perché non è quello che serve ai detenuti.

Con la nascita della squadra dei “Barbari” di Bollate, ad esempio, vogliamo fornire degli strumenti ai detenuti che possano offrire la possibilità di “riformare” degli uomini.

Dei buoni uomini.

Perché no, anche dei buoni giocatori se e quando questi nuovi uomini, una volta scontata la propria pena, vorranno unirsi a noi, come è successo in passato.

Perché una volta che è finita, là dentro, devono poter sapere che, qui fuori, ci sono anche delle porte aperte ad aspettarli.

Ecco di nuovo, i nostri principi: continuare.

Le partite che fortunatamente riusciamo ad organizzare all’interno del carcere e una volta all’anno presso il nostro Centro Sportivo Curioni a Segrate con i giocatori volontari delle nostre squadre, sono uno spaccato che può aiutare a far sentire alcuni di loro coinvolti in una realtà più grande.

Il mondo oltre le sbarre.

Certo, non bisogna dimenticare come molti dei ragazzi, degli uomini che incontriamo in queste strutture abbiano in corpo una cattiveria che noi non conosciamo, che non ci appartiene, che ci è estranea.

Sergio Carnovali

Tanti di loro non sono solo bravi ragazzi che hanno inciampato lungo la strada ed è sostanziale ricordarlo, per poterli aiutare a riconoscerlo ed eventualmente guidarli ad un “ritorno ai principi”.

Spesso il nostro sport si presta a facili romanticismi sull’etica del gioco e la bontà ingenua di lo pratica.

Ci si dimentica della cattiveria, di quella componente necessaria a sopravvivere e a vincere.

Vincere una partita esattamente come vincere, sconfiggendo, le proprie paure, abbattendo i propri limiti.

Perché quando si parla della vita, partecipare non dovrebbe essere abbastanza.

Quella cattiveria che però deve essere guidata dal rispetto per tutto ciò che essa stessa potrebbe compromettere, se mal indirizzata.

Cattiveria che deve essere direzionata, nella giusta proporzione, trasformandosi in severità verso sé stessi senza diventare autopunitiva.

Sergio Carnovali

Dietro a quelle sbarre spesso incontriamo ragazzi con fisicità spaventosamente adeguate al nostro sport ma senza controllo; viceversa, a volte, alcuni di loro esercitano un eccessivo controllo ed hanno fin troppa consapevolezza delle proprie potenzialità fisiche.

Uno sport come il rugby può aiutarli a conoscere il proprio corpo e insegnare come gestirlo, non per fare male, non per dominare ma per aiutare.

Aiutare un compagno in difficoltà, un amico e magari un giorno un collega di lavoro.

Credo fermamente che dare l’esempio sia una delle armi più potenti dell’insegnamento e nella formazione dell’individuo, ancor più in una situazione di reclusione, dove spesso mancano riferimenti e buoni esempi.

L’esempio alla fatica, al sacrificio spassionato, al divertimento con l’avversario e non contro l’avversario.

Sergio Carnovali

L’esempio alla capacità di perdonare e perdonarsi per gli errori commessi e a non smettere mai di mettersi in gioco.

L’esempio nell’essere severi ed intransigenti ma compassionevoli.

E’ per questo che cerco di essere il più presente possibile sul campo, fisicamente, con i nostri volontari.

Perché le parole sono molto belle, arrivano spesso più facilmente che molte azioni ma è solo con le mani un po’ sporche di terra e le braccia indolenzite che se ne capisce a fondo il significato.

E quindi ora, 10 flessioni.

Sergio Carnovali / Contributor

Sergio Carnovali

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