Shalva Mamukashvili

6 MIN

Il rugby è uno sport conservativo, aristocratico.

Come la boxe.

Funziona a fasce.

L’incrocio dei risultati non basta mai davvero per ottenere un avanzamento.

Non può bastare, perché tu devi dimostrare sul campo, battendo chi è migliore di te, che vali quanto o più di lui.

E se quest’occasione ti viene data soltanto una volta all’anno, è doppiamente difficile riuscire a fare qualcosa di grande, perché tutto si concentra lì.

Anno dopo anno, tutta la vita in 80 minuti.

 

La Georgia è indipendente dal 1991, da quando l’Unione Sovietica non c’è più e, da quel giorno, noi siamo cresciuti un passo alla volta.

Baby steps.

La nostra economia ha sofferto il cambiamento, e ci sono voluti anni per iniziare a parlare seriamente di sport., a pensarlo come un mestiere.

Alla fine degli anni ‘90 i migliori giocatori andavano all’estero, per lo più in Francia, nel tentativo di fare diventare il rugby un lavoro.

E magari anche di portare indietro delle competenze per chi era rimasto a casa.

Il sapere, da noi, è sempre stato di tutti.

Shalva Mamukashvili

Io sono nato a Tiblisi, proprio quando l’URSS smetteva di essere URSS e la Georgia tornava ad essere soltanto Georgia.

Ho iniziato a giocare a rugby talmente presto che mi è davvero impossibile separare i miei ricordi con il pallone tra le mani tra quelli senza.

È sempre stato il mio modo di esprimermi.

Il mio spazio.

Quello che mi permetteva di raccontare agli altri chi sono.

Metà della mia vita l’ho passata in mischia, perché in mischia c’era tutto quello che mi serviva per essere felice, e tutto quello che ancora mi serve per essere felice.

E io, sono in mezzo, a quella mischia.

L’ho amato fin dal primo istante, il rugby, in ogni suo aspetto.

Non ho mai desiderato provare altri sport.

Non ho mai smesso di sentirmi a casa.

In campo nascono le amicizie che durano per sempre. È semplice, è banale, ma è anche vero. Perché quando qualcuno mette la testa nel fango per te, non c’è più modo di rompere quel legame.

Ostacoli che se attraversi ti rendono più forte.

E ostacoli che se ti rompono, poi ti aggiusti, e diventi più forte lo stesso.

Magari non nel fisico, ma nella testa, o nella relazione con gli altri.

Shalva Mamukashvili
Shalva Mamukashvili

Il rugby si prende la tua salute, lentamente.

Ma ti da tutto il resto.

Non posso immaginarmi senza di esso, e non ho alcuna intenzione di farlo.

Non lo faccio io, e non lo fanno mia moglie e i miei figli, perché sanno che non posso essere separato dal rugby.

In nessun modo.

Senza, non sarei io.

Sarei soltanto un uomo che mi assomiglia.

C’è sempre stato qualcosa di diverso, per me, nel mettere la maglia della Georgia, ed è come se quando la indossi la prima volta fosse poi impossibile toglierla.

Non lo so se è più di quanto accada nelle altre nazionali, ma da noi si respira la sensazione di essere dentro un grande racconto.

Tutti insieme.

Come una famiglia, che non smette di essere famiglia se le cose vanno male e non smette di essere famiglia se le cose vanno bene.

La famiglia è famiglia, non puoi farci niente se non amarla così com’è.

E così funziona per noi la nazionale, dove tutti sono felici e nessuno è nuovo.

Nessuno è ospite.

Neppure i coach stranieri.

Shalva Mamukashvili

Con fatica siamo diventati un simbolo del nostro Paese, e la prima squadra nazionale a qualificarsi per una Coppa del Mondo, nel 2003, in Australia e Nuova Zelanda.

Per tutti noi è stato come essere atterrati sulla luna.

E io speravo con tutte le mie forze che, prima o poi, sarebbe toccato anche a me vestire la maglia dei Lelos e girare il Mondo con i miei amici.

Per mettere finalmente mani e testa nel fango anche io.

E per vivere i momenti che aspettavo da tutta una vita.

Come le vittorie del 2022, contro l’Italia e contro il Galles, addirittura al Milleniun Stadium, quando abbiamo obbligato tutti a guardare noi.

A guardare la nostra squadra.

A guardare il nostro Paese.

O come la sfida contro Samoa, al mio terzo anno, nel 2013, quando loro erano i numeri 8 al Mondo e io la sera prima pensavo che se non ci avessero imbarazzato sarebbe già stato un buon risultato.

Avevamo poco oltre ai nostri cuori e alle nostre divise.

Vincemmo 16 a 15, come il numero di giocatori in campo, più 1.

Dove il +1 è stato proprio proprio l’essere georgiani.

Oltre 90 partite dopo, ho molte più lividi e cicatrici, ma anche tanti ricordi speciali, una Coppa del Mondo davanti e tre cap soltanto a separarmi da quota cento.

Che non è male per qualcuno che è nato in un Paese che non c’era.

Non posso sapere quante stagioni e quante partite mi aspettano ancora, ed è per questo che voglio fare tesoro di tutto quello che vivo.

Io sono rugby.

Shalva Mamukashvili / Contributor

Shalva Mamukashvili