Simone Barlaam

7 MIN

L’acqua è come una persona. Che se ne frega di tutto e di tutti.

Va per la sua strada, qualunque essa sia, ed il rapporto con lei si costruisce solo passando il tempo insieme.

Proprio come accade con la gente, quella che si incrocia nel corso della vita, con i compagni di scuola, con i coinquilini. Con gli amici.

C’è chi è più bravo degli altri ad entrare in sintonia con il prossimo. Ci sono i timidi e gli esuberanti.

Ci sono anche gli impazienti e i permalosi.

 

L’acqua è fatta a modo suo e se vuoi entrare nelle sue grazie devi imparare a conoscerla, a parlarci.

È quasi una famigliarità, una sensibilità esclusiva, un’idea che diventa contatto. Ti scivola addosso come un ricordo antico eppure vicino, è una carezza.

E la carezza è più intima di un bacio, perché presume che il bacio ci sia stato.

 

Io ho imparato a nuotare prima di imparare a camminare e ancora oggi, forse, una cosa mi viene meglio dell’altra.

L’acqua era il solo modo che avessi per correre e per giocare senza che il peso del corpo rompesse la mia gamba e a quell’elemento, che per definizione è impossibile stringere in un pugno, io mi sono aggrappato.

Simone Barlaam

Prima lo stile a cagnolino, il preferito dai neofiti. Poi i braccioli.

A seguire tutte le categorie di merito, che in ogni piscina sono appese poco sopra la piscinetta per i bambini, quasi a formare un piccolo zoo metropolitano.

Ranocchio, squaletto, delfino.

Fino al giorno in cui sono diventato grande; all’acqua ho iniziato a dare del tu e ad affidare anche i miei pensieri più personali.

L’acqua è diventata il mio confessore, la mia bolla, l’elemento calmo al centro di un universo frenetico, fatto di allenamenti e di corsie.

Un rapporto talmente stretto, con la coinquilina acqua, che a restare con il naso proteso verso quella striscia nera a fondo vasca, mi sembra quasi di vivere in lockdown da sempre.

Io e lei. Lei ed io.

Un amore incessante, un amore che mi chiede tutto e che si prende tutto.

La sola cosa che sia mai riuscita a farmi uscire da questo circolo impazzito è la passione per il disegno.

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Durante uno dei miei lunghi ricoveri, quand’ero bambino, avevo involontariamente allarmato tutto il personale medico, perché le macchine che monitoravano il mio battito cardiaco facevano rumori nel cuore della notte.

Precipitatisi tutti al mio letto si sono accorti che i miei erano palpiti di eccitazione e che quello che tenevo tra le mani era un videogioco, il Nintendo DS per la precisione.

Quindi, mi consigliarono caldamente di passare ad un passatempo notturno che incidesse meno sul riposo degli altri degenti e fu così che scoprii il disegno.

Il mio nirvana: nella penna e nella matita ho trovato il perfetto antidoto al veleno della competizione, o forse è vero il contrario.

Sono cresciuto accumulando copie di Topolino, di Diabolik e di Tex Willer, prendendo ispirazione da tutti e dando luce alle mie idee, alle mie visioni.

Ho qualche reminiscenza delle lezioni di filosofia fatte al liceo, ma non scomoderò i grandi del pensiero per dire che il foglio bianco, mentre diventa colorato, è da sempre un modo per esprimere parte di quello che ho dentro.

Un modo per mostrare il mio bello, che a volte sembra quasi bloccarsi sulla soglia della bocca, come se troppe idee si fossero incastrate nel desiderio di uscire prima delle altre, ostruendo così l’imbuto dei miei pensieri.

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Sull’equilibrio di acqua e inchiostro ho costruito quel che sono e di quel che sono, oggi, capisco tutta l’importanza.

Io rappresento un mondo. Il mondo degli atleti.

Un luogo in cui alla gente viene richiesto sacrificio per arrivare in alto, senza offrire in cambio la garanzia di un futuro assicurato.

Un luogo dove quel che conta è ciò che fai, nient’altro.

Un luogo dove Davide batte Golia, dove l’underdog azzanna il favorito e dove tutti fanno il tifo per la Cenerentola di turno, salvo poi, quando arriva alla carrozza, augurarsi che torni zucca quanto prima.

Ma è anche un posto in cui c’è ancora molto da fare.

Perché se è vero che lo sport è una storia allora raccontiamola come deve essere raccontata: rompendo gli schemi della narrativa.

Lasciamo la teoria ai manuali e costruiamo uno scenario nuovo, migliore.

Una storia è una storia, così come un campione è sempre un campione, e il solo modo per innamorarsi del diverso non è farlo diventare la nuova normalità, ma difendere ciò che lo rende unico. E inimitabile.

Bizzi FINP

© Bizzi FINP

Ci sarebbero tanti esempi da raccontare, ed ognuno di loro varrebbe più di mille altre righe.

Markus Rehm, tedesco, che alle Paralimpiadi di Rio, in uno stadio semi deserto, ha vinto l’oro nel salto in lungo saltando 8 metri e 21 centimetri, un centimetro in più di quelli serviti all’americano Jeff Henderson per vincere la gara Olimpica, poche settimane prima, davanti ad una folla festante.

O Natalie Du Toit, una mia collega sudafricana talmente forte che nel 2008 è riuscita a qualificarsi per le Olimpiadi di Pechino e a finire sedicesima nella 10 chilometri in acque libere, pur avendo una gamba in meno delle altre.

In questo universo tutto cambia e si evolve. Nulla è sacro, muoiono persino le stelle.

E allora mi piace pensare che il presente sia solo un velo che copre tutto, togli il velo e scopri il futuro.

Basta avere coraggio, basta avere amore.

Simone Barlaam / Contributor

Simone Barlaam
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(Simone Barlaam)
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nuotatore

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