Sofia Goggia

Sofia Goggia

18 MIN

Nell’antichità nessun condottiero sarebbe mai partito per una campagna militare senza consultare prima un veggente.

Alessandro Magno andava in Egitto e sentiva l’oracolo dell’Oasi di Siwa.

I condottieri greci interpellavano quello di Delfi; gli italici invece sentivano la Sibilla Cumana.

Ovviamente la fama le relative prebende incassate dipendevano dall’avverarsi o meno della profezia.

Rimane celebre, tra le tante, questa: IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO.

Tradotto dal latino, significa ANDRAI TORNERAI (NON) MORIRAI IN GUERRA.

Se nel testo sposti una sola virgola, il significato muta; “ibis redibis,, non morieris in bello” significa “vai e tornerai, non morirai in guerra”.

Se la virgola viene invece posposta al non, allora diventa: Vai e non tornerai, morirai in guerra.

L’oracolo mormorava impercettibilmente, sotto influsso di fumi e droghe, la profezia in antri scuri, la sussurrava con un lievissimo filo di voce in modo che non si percepissero le pause; in modo che il responso sarebbe risultato comunque azzeccato…

4 Dicembre 2013, Lake Louise

Mi chiamo Sofia Goggia, ho ventun anni appena compiuti, ho una insaziabile fame di vittoria e voglio letteralmente spaccare il mondo.

Ostento con orgoglio il mio essere estremamente ambiziosa; sono talmente sicura di me stessa da aver confidato a un mio allenatore di essere la discesista più forte al mondo.

Tutto da dimostrare, vero, ma ci credo davvero.

Non gliel’ho detto, così, tanto per: gliel’ho detto perché questa è una convinzione che ho radicata nel mio IO più profondo.

Non ho bisogno di nessuno, tantomeno di oracoli, profezie e riti scaramantici, perché io attingo alle mie certezze.

E quest’anno mi sento carica.

Mi sento letteralmente pronta ad esplodere.

Sofia Goggia

Mi trovo nella casetta della partenza, con una specie di stufetta dietro di me che prova a scaldarmi, invano, il pettorale numero 31 indossato, così come la mascherina per il viso che raramente mi ritrovo ad usare, solo quando fa particolarmente freddo, per non bruciarmi la pelle dal viso, e oggi il termometro segna -35°.

Mancano solo due minuti alla mia partenza.

Prima di agganciare i miei sci, sento cigolare la neve sotto gli scarponi; so che è “aggressivissima” e che se starò un metro in più in curva, rallenterò.

Esattamente come ieri.

Ieri sarebbe dovuto essere il mio grande esordio, ma sono arrivata quarantaseiesima e mi vergogno di me stessa.

Come cazzo è possibile che Sofia Goggia sia arrivata così indietro ?

Mi sale la rabbia e, avvertendo una sorta di disprezzo per quella che sono stata ieri, mi riprometto che non capiterà più.

Oggi mi rifaccio perché oggi è una nuova gara, una nuova opportunità e la voglio cogliere.

Andrò al massimo; voglio mostrare chi sia la vera Sofia Goggia.

Trenta secondi.

Sbatto i bastoni e li posiziono fuori dal cancelletto; gli ultimi respiri.

Oggi non c’è alcuna pietà, il rispetto non è contemplato e userò la rabbia che mi ha lasciato la gara di ieri per andare al limite, perché è solo così che si va forte. A tutta!

Ripenso al messaggio che mi ha mandato Nicola ieri dopo la gara.

Sai dove è il traguardo?.

Parto. Mi spiano, più che posso. A ogni curva cerco di appiattire gli sci il prima possibile, per fare meno attrito, per andare più veloce.

Continuo solo a pensare all’ultima parte del messaggio che mi ha scritto.

In giù.

Nicola ha ragione, il traguardo è giù, in fondo a questa pista e io è lì che devo andare.

Ma soprattutto, ci devo tenere il minor tempo possibile.

Affronto i dossi e le curve, so che sto andando forte, ma non so quanto forte siano andate le altre…

In giù, continuo a ripetermi.

Affronto la doppia che immette sul salto , il Coache’s Corner, con una linea tagliata e stretta in entrata e arrivo sul dente del salto con molto spigolo. Troppo spigolo.

Sofia Goggia

Oltrepasso il limite, ma non me ne accorgo.

Per le leggi della fisica, più pressione hai sull’apice di un dosso, più tu perderai il contatto con il terreno.

Esattamente come i salti nel motocross; non puoi arrivare a gas aperto in cima alla rampa, altrimenti ti ribalti.

Mi ritrovo in aria. Eseguo il movimento di chiusura dopo il dente ma al posto di seguire la “naturale parabola” di discesa del salto, la mia “gittata” continua a proseguire orizzontalmente.

E il terreno sotto di me, inevitabilmente continua a essere in discesa.

Il mio salto è alto, troppo.

Merda

mi dico.

In una frazione di secondo atterro dall’altezza di un piano di scale.

Riesco a reggere all’impatto rimanendo in piedi sulle mie gambe, ma quella sinistra dallo sforzo si iperestende e il ginocchio ruota tutto all’interno; lo sci mi prende all’improvviso, mi spigola, cado.

Sono a terra, l’impatto con le reti è stato violento ma sono lucida.

Provo ad alzarmi ma mi riaccascio subito: sono ferita.

Capisco immediatamente di non avere più un ginocchio ma non sento il dolore perché sono ancora piena di adrenalina; e anche se lo stessi avvertendo , lancinante, non avrei il tempo di sentirlo, perché il mio pensiero è lontano km e km, ha oltrepassato l’oceano ed ha raggiunto il cuore di quella donna che proprio adesso, nella casa in cui viviamo a Bergamo, con le mani davanti alla bocca e un’espressione di sgomento misto a paura, mi sta guardando in diretta televisiva.

Ed è compito mio rassicurarla , rimandandole di qualche ora, forse un giorno, il verdetto della mia caduta.

Trovo la forza di rialzarmi, faccio un cenno con il braccio che va tutto bene ed esco dalla pista da gara perché proprio davanti a dove sono caduta c’è l’uscita che utilizzano i lisciatori.

Mi ritrovo in pista con tanti turisti che sciano; li guardo e penso che… che loro non lo sanno.

Non sanno che quella ragazza che sta scendendo tra di loro a spazzaneve con un paio di sci da gara da DH lunghi 2 metri e 15 cm ha un ginocchio rotto. E i sogni infranti.


Non sanno che per lei è tutto finito, e che quello che loro stanno facendo con allegria e spensieratezza, lei non lo potrà più fare. Per qualche mese, almeno. E forse, non lo vorrà mai più fare.

Arrivo in fondo alla pista, punto il bastone sulla talloniera degli attacchi, la sgancio ma mi sento totalmente paralizzata perché non so con che piede muovere il primo passo; so esattamente di essermi rotta il legamento crociato, il collaterale e forse anche i menischi.

Raggiungo il team ospitality, mi siedo lentamente su una poltrona e aspetto che qualcuno venga ad aiutarmi.

Ma nessuno lo può fare per davvero.

Perché è tutto finito. Non come negli altri miei infortuni: questa volta è diverso.

Sofia Goggia

Fronte appoggiata contro il vetro, gamba allungata tra i due sedili del guidatore, ginocchio immobilizzato con un tutore enorme, le lacrime, copiose e silenziose, mi rigano il viso: alzo il mio indice in segno di sfida, di vendetta, e lo rivolgo alle piste che scorgo in lontananza; su questa neve canadese c’è un conto in sospeso che forse… forse rimarrà sempre tale.

Guardo fuori dal finestrino il panorama mentre la macchina sfreccia verso Calgary: guardo fuori perché in questo istante, fuori è tutto, in questo istante io non ho né la forza né il coraggio per guardarmi dentro; perché in questo momento in me c’è il vuoto, una voragine fredda, buia e spaventosa, e in fondo a questa voragine ci sono delle paure latenti, che iniziano a bussare alla porta del mio IO, paralizzandomi.

IBIS REDIBIS NON, MORIERIS IN BELLO.

Mi sento morta dentro e non so se tornerò.

Forse, mai più.


Mi capita spesso di svegliarmi di soprassalto, nel cuore della notte , nel letto a una piazza e mezza del bilocale che ho preso qui in affitto a Mantova, a causa degli incubi.

A dire la verità non ne ho mai sofferto in tutta la mia vita ma da dicembre ne ho uno ricorrente caratterizzato da quella interminabile sensazione di vuoto sotto ai piedi accompagnata dal terrore e dal conseguente impatto traumatico con il suolo: il salto di Lake Louise.

Sono qui da sola ed è da circa quattro mesi che svolgo sempre la stessa routine: fisioterapia, piscina, fisioterapia.

Passo le mie giornate in una palestra piccola, buia e seminterrata a fare sempre gli stessi medesimi esercizi sotto l’occhio vigile del mio fisio Roberto; si prende cura di me come se fosse mio papà e gliene sono estremamente grata.

Sono qui per guarire fisicamente, per rimettermi in piedi, e sono qui in esilio, volutamente, lontana dalla mia famiglia e da quella che sarebbe di certo la sofferenza di mia mamma nel vedermi così, trasandata e senza gioia di vivere, come lo sono dal 4 dicembre.

Certe cose non si dimenticano e io ho ancora addosso quello straziante dolore che mi ha mostrato quel giorno, quel pomeriggio di inverno, poche mattine dopo la mia operazione quando, dopo aver salito le scale di casa con passo mesto e silenzioso, accompagnato dal solo rumore dello scricchiolio del legno , si è seduta sulla sedia del tavolo accanto a me e, allungando il suo braccio e mettendolo con delicatezza sulla mia spalla, guardandomi con i suoi occhi verdi pieni di dolore e sconforto, con voce flebile e rotta e con lacrime che scendevano seguendo le incrinature del viso, ha sussurrato che le dispiaceva.

La sofferenza ci accomunava in quel silenzioso e tacito pianto che altro non faceva che nascondere un profondo grido di dolore.

E io, mentre cercavo di trattenermi, di non farle capire quanto fossi rotta dentro, mi sentivo ancora più in colpa perché in fin dei conti, glielo avevo causato io, quell’insopportabile dolore; e allora l’avevo abbracciata, cercando di alleviarla leggermente da quella terribile sofferenza che l’affliggeva, perché la amavo e la volevo proteggere.

Non si meritava tutto questo.

Sofia Goggia

Così, adesso che vivo qui, lontana da lei, ho sperimentato quanto sia spudoratamente facile mentire al telefono, mimando anche un falsissimo cenno di sorriso, nella speranza che lo possa percepire dal leggero spostamento di aria che provoco quando lo abbozzo.

La continuo a rassicurare dicendole che va tutto bene.

Ma il tempo di scappare è finito, stasera verrà a trovarmi: a lei non potrò più mentire; in quanto a me, invece, non potrò più nascondermi.

Giù la maschera: è ora di trovare il coraggio per scavare a fondo, per andare a vedere cosa c’è davvero sotto quella voragine che mi pervade, è ora di guardare la paura negli occhi.

Non credo di essere pronta, ma ho la necessità di farlo, di mostrare la persona che sono ora, in questo momento, nelle mie debolezze e nelle tante fragilità, è ora di togliere quella maschera che mi sono costruita per una vita intera, adattandomela addosso a mio piacimento; una maschera costruita su certezze che ora non ho più e che, nonostante sia già frammentata in mille pezzi, tengo in piedi solo per la facciata. facciata che manco sono più in grado di sostenere.


Me la devo assolutamente togliere, perché il suo peso mi sta schiacciando.

Le accenno il discorso a cena, in un clima già di per sé tempestoso, perché ha trovato l’appartamento in condizioni pietose e mi ha rimproverata severamente dicendomi che mi devo dare una regolata, che così non va bene, perché non mi sto prendendo cura di me stessa e perché sostiene fermamente che l’ambiente in cui vivo rispecchia il mio disordine interiore.

Ma il disordine di quell’appartamento è nulla in confronto a quel caos che mi pervade.

Lei non lo sa, che vivo per inerzia.

Non lo sa, che sono morta dentro.

Non lo sa, che sono logorata da quel tarlo che ho in testa, tarlo che mi è venuto quando per la prima volta in vita mia ho messo in dubbio l’unica certezza che ho sempre avuto: lo sci.

Mi sono alzata, una mattina di gennaio e mi sono chiesta:

Voglio veramente sciare? Continuare a cercare la felicità dove invece continuo a trovare sofferenza? Continuare a farlo?

Il fatto di essermi posta questa domanda mi ha dato il colpo di grazia.

Non lo sa, mia mamma, che è da mesi ormai che mi alzo la mattina e, guardandomi allo specchio, non mi riconosco più; non sa che tutti i giorni, più volte al giorno, mi chiedo chi io sia davvero e cosa voglio.

Mi sorgono di continuo queste domande, ne sono terrorizzata. Non trovo mai alcuna risposta.

E il solo fatto di provare a cercarle, mi spaventa ancor più.

Ho solo una certezza: io non sono più Sofia Goggia.

Sono un fantasma tremolante, un lontano ricordo dei tempi che furono.

E che non saranno mai più, o almeno, non così.

Ci incamminiamo verso casa e mentre attraversiamo Piazza Virgiliana la invito a sedersi sulla panchina.

È il momento.

Mamma

le dico, con voce tremolante e rotta.

Prende la mia mano e la stringe delicatamente nella sua, le poso la testa sul petto e con l’altro braccio mi cinge, avvicinandomi ancor più a lei.

Non ce la faccio più"

 


Affinché possano crescere, i serpenti attuano la muta, escono dalla propria vecchia pelle per poterne utilizzare una nuova; si mettono a nudo , non hanno paura di farlo, perché sanno che cambiare è l’unica via che conduce alla sopravvivenza.

Si dice che durante la muta vedano in maniera offuscata e che solo una volta abbandonata completamente la vecchia pelle ritornino ad avere una visione chiara.

Talvolta anche noi umani, mossi da un’impellente esigenza di un profondo cambiamento, attuiamo una sorta di trasformazione.

Se siamo disposti a farlo, ci mettiamo profondamente in discussione e questo processo comporta una fatica enorme, immensa. .

A differenza dei rettili però, non ci strofiniamo contro rocce e oggetti duri per cambiare aspetto, ma sbattiamo contro spigoli e perimetri concettuali creati da noi stessi all’interno della nostra mente.

È una trasformazione lenta e dolorosa. Ma quando la completi, ti senti veramente cambiato.

Accetta di aver paura. In fondo, tutti ne abbiamo, di paura: c’è chi scappa e c’è chi invece ci convive affrontandola, quotidianamente

Sofia Goggia

2 dicembre 2016, Lake Louise.

Sono passati 4 anni ma da qui, da questo mio piccolo angolo vicino alla casetta della partenza dove sto trovando concentrazione, tutto mi sembra uguale, invariato, esattamente come me lo ricordavo: la pista, il salto, la coltre di neve che ricopre la vastità del Canada, il lago ghiacciato… solo una cosa è cambiata, radicalmente.

 

E quella sono IO.

Sono una persona del tutto nuova.

Esattamente come un serpente dopo la sua muta, anche io sono dotata di nuovi occhi che mi permettono di avere una visione più chiara, soprattutto di me stessa; mi guardo dentro.

La sento la paura e, in parte, mi paralizza.

Persiste in me da quel giorno di quattro anni fa anche se in malafede non ho mai voluto né riconoscerla né affrontarla.

Ma oggi non posso fare finta di niente.

Respiro.

Mi radico nel momento. Cambio paradigma.

Perché dovrei avere paura di quel salto? Mi chiedo.

In fondo non mi ha fatto nulla; è stata colpa di quella Goggia, spaccona e esuberante, in quella vecchia pelle che avverto ora come un demone.

E io non sono più lei, lo so. Anzi; lo sento.

Penso che in fondo sia un passaggio come altri e in questi anni, tra allenamenti e gare, ne ho fatti di salti.

Nicola ha ragione quando dice che… che se anche ho paura, posso provare a sciare più forte nei pezzi prima e dopo il Coaches’s corner.

Ed è esattamente così che faró.

Sofia Goggia

Entro in casetta, ascolto le info alla radio.

Sono centrata e il mio pensiero rimane focalizzato solamente sulle cose essenziali che mi possono far sciar bene.

Avvicinandomi al cancelletto, mi sussurro di

stare dentro me stessa.

Pugno sul cuore, poi sulla testa, batto i bastoni, li posiziono e sputo.

Sono pronta ad affrontare questa discesa: libera.

 

Taglio la linea del traguardo e non capisco quale sia la mia posizione perché non riesco a leggere i numeri sul tabellone elettronico del cronometro.

Di solito il contrasto del colore rosso , indice di distacco dalla concorrente in testa, risalta maggiormente, ma io… non lo vedo.

Non capisco. Mi avvicino.

La luce non è rossa. È verde e sono in vantaggio di 7 centesimi!

Sto vincendo a Lake Louise.

Mi accascio a terra dalla gioia , sprigiono un grido fortissimo.

E, senza vergogna, piango, a dirotto, come quattro anni fa, ma questa volta sono lacrime diverse, accomunate però dalla stessa natura.

Perché io piango per quel salto, che tempo fa mi ha tolto tutto e che adesso mi ha ridato tutto: piango per quella che non sono più e per la sofferenza che ne è conseguita per essere quella che sono oggi; piango perché ho avuto paura e l’ho affrontata, con coraggio.

Questo di Lake Louise è stato il mio secondo podio in Coppa del Mondo, il primo in discesa libera; ne seguiranno poi altri 9, due vittorie e un bronzo ai mondiali nella stessa stagione, 16/17.

Tra tutte le gare , rimane la più bella per me.

Anche se Ilka si è aggiudicata la discesa, oggi sento profondamente di aver davvero vinto la mia battaglia.

IBIS REDIBIS, NON MORIERIS IN BELLO.

Sofia Goggia

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