Valentina Marchei

Valentina Marchei

11 MIN

La musica si spegne e sorrido al pubblico.

I miei denti sono tutti in bella mostra nel sorriso marchio di fabbrica, gli occhi spalancati e luminosi come i fanali di un’automobile. Il petto, pressato nel vestito rosa, si muove velocemente su e giù perché ho il fiatone.

L’esercizio è sempre impegnativo.

Ci chiedono spesso d’interpretare Barbie Girl perché piace parecchio, soprattutto in Cina. È vivace e divertente e rispecchia perfettamente ciò che più ci piace rappresentare.

Mentre mi godo il dolcissimo istante che separa la fine di una performance ben riuscita dal pensiero assillante di preparare la prossima, Ondrej s’avvicina al mio orecchio e mi sussurra qualcosa che non dimenticherò mai.


Ma tu e il tuo partner siete anche compagni di vita.

È la domanda che mi viene posta più di frequente. Da un giornalista o da un fan che incontro in un palazzetto o per strada, non la scampo mai.

Certo è che passo più tempo con Ondrej che con qualsiasi altra persona, ma no, non “stiamo insieme”. Lui è strafelicemente sposato con Anna, donna splendida e atleta super, oltre che mia compagna di stanza in Nazionale, da sempre.

La nostra, però, assomiglia molto a una storia d’amore. Che deve funzionare, alla quale non è concesso di fallire, di sbagliare o semplicemente di avere momenti di riflessione per poi ripartire.

Non possiamo arrivare al punto di lanciarci i piatti e poi fare la pace. Dobbiamo camminare sempre in equilibrio sulle lame dei nostri pattini, spalla a spalla, in perfetta simbiosi.

Comunque ci sono giorni e momenti. Giorni e momenti in cui lo odio profondamente. Giorni e momenti in cui non gli lascerei la mano per nulla al Mondo, perché mi fa sentire al sicuro.

Giorni e momenti in cui ridiamo delle scemenze che ci diciamo mentre andiamo a preparare un elemento e altri in cui la tensione è a mille ed è meglio non parlarsi, meglio mettersi la lingua tra i denti e soffocare le parole. Magari senza un apparente motivo. Forse solo per un piccola aritmia dei nostri battiti.

Solo perché sono giorni un po’ così, con le cose che semplicemente non vanno. Non è che non hai voglia di pattinare è solo che in quei giorni tutto ti costa il doppio della fatica, il ritmo perde il sincrono e riallinearsi diventa un’impresa.

Anche se bisogna farlo a tutti i costi. Perché per noi non esiste alternativa alla ricerca dell’allineamento perfetto.

In coppia, d’altra parte, non esiste un giorno in cui tutto coincide: sono differenti i tempi di recupero e anche la fatica è diversa. Lui, per esempio, pattina di fino facendo spesso volteggiare un peso di 48 chili sopra la testa. Ogni tanto ci penso e mi dico che non dev’essere troppo facile...

valentina marchei

© Andrea Schiavina - Bakerstreetstudio

Tutto è cominciato dopo le Olimpiadi di Sochi. Io avevo partecipato nel singolo. I Giochi mi avevano emozionata, caricata, super motivata. Ed ero tornata con l’idea fissa che volevo viverne ancora di esperienze del genere.

Il primo ricordo che avevo di Ondrej era datato 2001 o giù di lì. Lo avevo visto pattinare, nel singolo come me all’epoca, in una gara di Coppa del Mondo Junior a Belgrado.

Terminata la stagione olimpica nel 2014 aveva deciso di appendere i pattini al chiodo e di darsi all’insegnamento, mentre io, che avevo vissuto un’esperienza a cinque cerchi pazzesca, ero più motivata che mai a continuare.

Opposti che si attraggono. Universi che collidono.

Vivevo in America, a Detroit e, come ogni anno, a fine stagione tornavo in Italia per stare con la mia famiglia. Giusto un paio di mesi, quelli in cui la primavera inizia a riscaldare la capital benvestida ed a svegliarla dal lungo letargo invernale.

A maggio la pista alla quale mi “appoggiavo” a Milano terminava l’attività e per continuare ad allenarmi da giugno seguivo in raduno ad Andalo la società che mi ospitava.

C’era anche Ondrej, come assistente di Franca Bianconi, che era stata la sua allenatrice da quando era arrivato in Italia e che si prendeva cura di me quando tornavo a casa.

Non si fermava mai. Non allenava dalla balaustra ma in pista, facendoti anche la dimostrazione di quello che insegnava. Veniva anche in palestra con noi e ogni tanto, quando dovevo saltare sul ghiaccio, mi faceva pure da spalla.

A volte credo che sia vero quello che dicono: non si smette mai davvero.

Evidentemente per un “forzuto” come lui sollevare le più piccoline non era soddisfacente, e forse neanche divertente, così per tenersi in forma ha cominciato a far volare me.

Era luglio e mi è improvvisamente venuta la pazza idea di voler provare la sensazione di vedere da un’altra prospettiva il ghiaccio sul quale disegnavo cerchi da una vita. E gli ho chiesto d’insegnarmi come si faceva.

Un po’ per cambiare la routine di allenamento, un po’ perché ho pensato che, se avessi imparato qualche passaggio in sincrono, magari avrei potuto chiedergli di fare degli spettacoli in coppia.

Ma la cosa mi è sfuggita di mano. Una voglia profonda, quasi irrazionale, di tentare l’avventura mi spingeva ad andare ancora più a fondo. Anzi, proprio fino in fondo, spegnendo gli interruttori della logica e del buonsenso.

E gli ho proposto di cominciare a giocare sul serio. Nel senso che avrei voluto gareggiare, provare a vedere che succedeva.

Insomma un salto nel vuoto in piena regola.

valentina marchei

© Luca Renoldi

Ventotto anni io, trenta lui: non era minimamente pensabile un cambio di disciplina. Ci sono coppie che pattinano insieme da quando riescono a ricordare, altre che condividono anni di esperienza, di cadute e risalite.

Noi avremmo dovuto cominciare da zero. Automatismi mai avuti. Assi di rotazione differenti. Pianeti diversi. Marte e Venere.

Il percorso che abbiamo scelto è proiettato verso un’altra Olimpiade. Non esibizioni o show, ma il massimo: Peyongchang 2018.

Non sono una da mezze misure. O tutto o niente.

Ma quel “tutto” era sempre stato nelle mie mani e sulle mie lame. Come le decisioni, le programmazioni e, ovviamente, i fallimenti.

Padrona del mio destino. Artefice delle mie gioie, responsabile dei miei errori.

Sì, certo, ho dubitato più d’una volta della mia capacità di condividere con qualcun altro il ghiaccio e quei 4 minuti di poesia scivolata.

O forse mi preoccupava di più l’idea di condividere la durezza del percorso che mi permette di prepararli quei 4 minuti.

Lui rispose positivamente e mi conquistò dicendomi:

Saprò valorizzarti agli occhi della gente, darò il meglio perché ti veda come l’80 per cento della nostra coppia. Sarò il miglior 20 per cento possibile!.

Mentiva Ondrej, mettendola giù facile. E mentiva bene.

valentina marchei

© Andrea Schiavina - Bakerstreetstudio

Pattinare in coppia non è solo mostrare quello che si sa fare. Per riuscire a farlo dobbiamo trovare continui compromessi, mandare giù parole che vorresti dire ma che potrebbero ferire.

Contare fino a 100 per cercare la frase giusta, con il tono perfetto, senza troppe sfumature. Per evitare scontri a volte devi rimangiarti quello che hai appena detto. Ti aggrappi a qualunque cosa per far funzionare l’ingranaggio.

Però poi ci sono molti momenti gratificanti legati a piccoli gesti.

Quello che preferisco è quando in un momento di difficoltà, senza dire nulla, mi prende per mano e mi trascina nella nostra bolla. Quella in cui non può entrare nessun altro, neppure i nostri allenatori.

Quella in cui ci siamo io e lui, in cui diventiamo invincibili come dei supereroi. Perché siamo in due e due persone che vanno nella stessa direzione sorretti dalla stessa motivazione sono in grado di esprimere una forza da giganti.

Spostano montagne.

Come quelle che abbiamo spostato insieme dal giorno in cui abbiamo deciso d’intraprendere la nostra avventura. Un vero e proprio salto nel vuoto, ma fatto tenendosi per mano. Una mano grande e rassicurante.

A volte la montagna più alta da scalare mi sembra quella di far capire all’esterno il tipo di rapporto che abbiamo. Le parole mi muoiono in gola perché non riesco a spiegare in maniera davvero convincente quanto di mio e di suo venga investito quotidianamente all’interno del nostro.

È come mettere nelle mani di qualcun altro una cosa che ti è costata anni di fatica, e da quell’altro ricevere nelle tue mani la “sua” cosa.

Per quanto ci si possa capire, fidare, apprezzare, conoscere, continui a pensare che nessuno amerà mai come te quello che hai fatto con la tua fatica.

Eppure ogni giorno sono lì, in palestra e sul ghiaccio cullando il suo sogno. E anche lui è lì tenendo tra le sue mani il mio.

All’inizio della nostra collaborazione Ondrej faticava ad esternarmi le sue emozioni. Quando lo abbracciavo per festeggiare un elemento venuto bene se ne stava lì, con le braccia tese lungo il corpo mentre lo schiacciavo come un tubetto di dentifricio. Erano altri tempi. Un’altra vita. Tutto quanto di nuovo riuscivamo a fare era benvenuto.

Ora il rapporto è inevitabilmente cambiato, così come il senso delle parole chiave che lo connotano: vulnerabilità, difficoltà, fede, lavoro..

valentina marchei

© Andrea Schiavina - Bakerstreetstudio


La musica si spegne e sorrido convinta al pubblico.

I miei denti sono tutti in bella mostra nel sorriso marchio di fabbrica, gli occhi spalancati e luminosi come i fanali di un’automobile. Il petto, pressato nel vestito rosa, si muove velocemente su e giù perché ho il fiatone.

L’esercizio è sempre impegnativo.

Ci chiedono spesso d’interpretare Barbie Girl perché piace parecchio, soprattutto in Cina. È vivace e divertente e rispecchia perfettamente ciò che più ci piace rappresentare.

Mentre mi godo il dolcissimo istante che separa la fine di una performance ben riuscita dal pensiero assillante di preparare la prossima, Ondrej s’avvicina al mio orecchio.

Quello che mi ha detto resterà per sempre nel mio cuore e nella mia anima. Parole sussurrate ma con dentro la forza di silenziare tutto il rumore della folla che gridava attorno a noi.
L’ho guardato, e gli ho risposto:

Neppure io Ondrej. Neppure io.

Sipario.

Valentina Marchei / Contributor

Valentina Marchei

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