Aleksander Aamodt Kilde

8 MIN

Prima di me.

Dopo di me.

Gli Attacking Vikings erano lì prima che io arrivassi in nazionale e non c’è alcun dubbio che lo saranno anche quando smetterò di gareggiare.

Quando i grandi campioni degli anni ’90, Lasse Kjus, Kjetil André Aamodt e Ole Kristian Furuseth, hanno fatto irruzione nel circuito si è iniziata a creare un'eredità, come un manufatto sacro, che ci tramandiamo l’uno con l’altro, per permettere al nostro modo di intendere lo sport e la vita di continuare ad esistere e fiorire.

Non è una raccolta di divieti.

Non è un manuale di comportamento.

Non è un insieme di regole.

Essere parte degli Attacking Vikings significa abbracciare una cultura, significa immergersi nel gruppo e respirare la maniera unica che abbiamo di vivere una squadra che è anche, inevitabilmente, una famiglia.

Aleksander Aamodt Kilde

Il mio primo paio di sci l’ho ricevuto a tre anni appena compiuti e ho iniziato fin da subito a salire e scendere dalla collina che avevamo di fronte a casa, a Bærum.

Su e giù, su e giù, senza soluzione di continuità.

E i ricordi più antichi che ho sono quelli in cui, a sciare con me, c’era tutta la mia famiglia al gran completo, perché la neve era, ed è, un affare di gioia e un affare di tutti. Un denominatore comune che ci univa senza bisogno di parlare, perché la sua bellezza parlava già per ognuno di noi.

Ecco, in nazionale funziona esattamente così.

Da una famiglia all’altra, senza per questo dimenticare da dove sei partito e dove hai intenzione di andare.

A partire dal primo assaggio, e per tutte le stagioni a venire, ho imparato che essere parte degli Attacking Viking significa prendersi una responsabilità densa, reale, che parte dai più anziani e che viene trasmessa ai più giovani.

Senza eccezioni.

Senza pause.

Devi sempre lavorare con il sorriso sulle labbra, anche quando succede che i casi della vita ti obbligano a farlo con addosso una mascherina.

La squadra viene prima di tutto.

E non è affatto una questione retorica.

Da bambino, e fino all’adolescenza, ho praticato contemporaneamente lo sci e il calcio, fino a quando l’Italia non mi ha dato una mano a fare una scelta definitiva.

Ho partecipato, e vinto, al Trofeo Topolino, un appuntamento che, nel corso degli anni, ha visto gli esordi di tutti i più grandi.

Così, quando sono rientrato in Norvegia, l’entusiasmo per quel successo mi ha spinto a investire tutto me stesso nello sci, abbandonando il pallone.

Il calcio resta una mia grande passione, che ancora seguo, quando posso, e lasciare i miei compagni di allora è stato certamente doloroso. Pensavo che lo spogliatoio mi sarebbe mancato ma, per fortuna, ho scoperto immediatamente che anche lo sci è un vero sport di squadra. Non individuale.

Aleksander Aamodt Kilde

Nello sci sei solo per due minuti.

Mezzora al massimo, se consideriamo anche tutto quello che circonda i due minuti secchi della gara.

Senza il team alle tue spalle, che ti guida e ti supporta, che ti sprona e ti consola, non hai la minima speranza di avvicinarti ad un grande risultato. Neppure per sbaglio.

Lo sci è uno sport di squadra: più lo dico, più lo vivo e più ne sono consapevole.

Si viaggia insieme, si vive spalla a spalla, si condividono esperienze, allenamenti, fatiche, rischi, paure, gioie e dolori, solo ed unicamente per difendere la propria bandiera e per cercare di essere all’altezza di quelli che lo hanno fatto prima di te.

Sono loro il motivo per cui oggi sciamo e la massima ambizione di ognuno di noi non può che essere quella di diventare il motivo per cui qualcuno, in futuro, prenderà il nostro posto.

Quando passo il traguardo, appena un secondo dopo aver raggiunto un grande risultato, il pensiero che mi travolge sempre è: ce l’abbiamo fatta.

Ed è lo stesso, magnifico, pensiero che mi travolge anche quando vince uno degli altri, perché gli errori che facciamo in pista sono nostri, ma la felicità o la tristezza alla fine di una gara sono sempre di tutti.

Esattamente come sulla collina, quand’ero piccolo, e sciavo con la mia famiglia.

Quando guardo indietro alla scorsa stagione, per esempio, in mezzo al trionfo, in mezzo alla stupenda sensazione di consistenza tecnica e fisica che ho sentito per tutto l’anno, il ricordo più bello in assoluto non è quello di una vittoria personale, ma il secondo posto di Kitzbuhel, perché sul podio, insieme a me, c’era Kjetil e vedere due di noi sui gradini più alti è sempre un momento emozionante.

Questo significa sentirsi parte degli Attacking Vikings, che vale più di esserlo e basta.

Siamo stati bravi, tutti, a creare un ambiente positivo, con una cultura condivisa; a prendere quello che ci hanno lasciato e a portarlo avanti con lo stesso identico spirito.

Oggi ci troviamo davanti a una grande sfida, perché la normalità di tutti è stata stravolta. La mia quarantena personale è iniziata quando il coach mi ha telefonato per dirmi che avevo ufficialmente vinto la classifica generale. Era il mio sogno più grande e i giorni immediatamente seguenti all’annuncio mi hanno permesso di sciogliere le spalle e di rilassarmi, stretto nell’abbraccio dei miei cari.

Quella dello sciatore può sembrare una vita pazza, consumata tra alberghi, letti sempre diversi e aerei che ti portano da angolo all’altro del Pianeta.

Sciare, però, è il nostro mestiere e ognuno di noi deve avere la forza di guardare a questa vita con un occhio diverso, come se fosse la normalità, perché, in fin dei conti, lo è per davvero.

Quella che sta per iniziare non sarà una stagione normale e le incognite sul volto che il circuito avrà sono davvero molte. Ma è proprio in questi contesti che serve essere creativi, e il supporto di una squadra che è come una seconda famiglia aiuterà tutti noi a trovare i nuovi equilibri.

Aleksander Aamodt Kilde

Nell’orizzonte della nuova stagione c’è anche il Mondiale di Cortina 2021, e questo tipo di appuntamenti sono sempre i più stimolanti e complessi allo stesso tempo.

Tutti ci arrivano in forma, tutti cercano un grande exploit e, in più, gli sciatori di casa hanno sempre una dose extra di motivazione.

Io lo affronterò con lo spirito ed il mindset di sempre: a gas aperto, senza fare alcun tipo di calcolo. Non darò la priorità a nulla, presentandomi al cancelletto con la stessa fame in ogni gara. Vorrei salire sul podio nelle gare veloci, giocarmela nella combinata e tenere lo slalom gigante come jolly, perché lì tutto può succedere.

 

Quello che sono già certo succederà è che non ci arriverò da solo, né a Cortina, né in alcuno degli appuntamenti stagionali, perché al mio fianco avrò sempre una squadra magnifica; squadra nel vero senso della parola.

Una cultura di cui sono talmente fiero che la massima ambizione che ho è semplicemente esserne parte e fare del mio meglio per provare a trasmetterla.

Dietro i titoli, le Coppe e le medaglie, esattamente come dietro gli insuccessi, gli infortuni e gli errori c’è qualcosa di grande: gli Attacking Vikings, che erano lì prima che noi arrivassimo in nazionale e non c’è alcun dubbio che lo saranno anche quando smetteremo di gareggiare.

 

Prima di ognuno di noi.

Dopo ognuno di noi.

Aleksander Aamodt Kilde / Contributor

Aleksander Aamodt Kilde