Alessandro Pittin

Alessandro Pittin

22 MIN

Sono in piedi davanti alla finestra del box dedicato allo sci di fondo, da qui ho un ottima visuale del trampolino, a poche centinaia di metri.

I due stadi sono divisi e al trampolino sono rimasti solo l’allenatore e il mio compagno di squadra qualificato per la gara.

Io invece me ne sono andato, era troppo difficile rimanere lì a guardare. Assieme a me nel box ci sono anche la fisioterapista e uno degli skiman, gli altri invece sono tutti in pista a testare i materiali per la frazione del fondo. Stanno provando anche i miei sci nuovi della Fischer che mi hanno consegnato proprio ieri.

Ma io quella frazione purtroppo non l’avrei neppure corsa.

Il che sarebbe stato una beffa doppia, non solo perché si trattava di una delle mie piste preferite, ma anche perché c’era un bel gruppo arrivato fin lassù a sostenermi: genitori, parenti, amici, fidanzata.

Ma la mia gara sembrava già interrotta dopo il salto di qualificazione: ero 52esimo, il primo degli esclusi.

Guardavo dalla finestrella il trampolino dal quale stavano saltando gli ultimi atleti rimasti un po’ sconsolato, in attesa di sapere quale sarebbe stato l’esito della giornata.


Ramsau, in Austria è sempre stato un luogo un po’ speciale per me.

Su questa neve ho raccolto il mio primo podio, nel 2009.

Ma nonostante questo, a parte una discreta prova due anni dopo, non sono mai riuscito a ripetermi.

C’era sempre quel pizzico di sfortuna, oppure il dettaglio che non girava nel verso giusto o ancora la condizione non ottimale.

Quand’era il momento di fare un nuovo risultato importante a Ramsau qualcosa mi metteva un bastone tra le ruote e finivo sempre con il tradire le mie stesse aspettative.

Che sono importanti visto che sono molto competitivo.

Metto sempre l’asticella in alto.

A Ramsau forse un po’ di più che altrove.

Quest’anno la tappa prevedeva una doppia gara: sabato e domenica. Io ero arrivato su già dal lunedì, in parte per prepararmi al meglio ed in parte perché le condizioni per allenarsi erano migliori di quelle che avevamo trovato sui trampolini in Italia.

La settimana era scivolata via in maniera molto produttiva ed avevo sensazioni davvero confortanti. Ci eravamo confrontati con altri atleti tra i migliori del circuito e mi sentivo davvero pronto per le gare.


La nostra disciplina è veramente unica, anche nel variegato mondo degli sport invernali.

Unica sul serio: prima si sfida il vento e si colora il cielo saltando dal trampolino.

Dopodiché si cambiano gli sci e si va a fare fatica, la fatica vera, che ti fa bruciare le gambe e ti lascia senza fiato: quella dello sci di fondo.

Per arrivare ad appassionarsi alla combinata nordica non basta guardarla, serve un carattere adatto: una predisposizione naturale.

Fatica estrema e bomba adrenalinica: due cose incredibilmente diverse, mondi opposti. Eppure sono entrambi dei regali fantastici che la neve può farti se li sai apprezzare.

Tanto il sudore della fronte e il dolore nelle gambe quanto il brivido gelato che scorre lungo la schiena mentre sei per aria: io li amo entrambi.

E la gara è un insieme delle due cose.

Alessandro Pittin

Il trampolino di Ramsau a me da sempre ottime sensazioni, è uno dei più piccoli del circuito e questo mi permette di contenere il distacco dai migliori saltatori.

Fare un buon salto significa partire soltanto pochi secondi dopo gli avversari nella frazione di fondo, che è il mio pezzo forte. Il mio fiore all’occhiello.

Per la doppia gara austriaca quindi tutto sembrava apparecchiato al meglio.

Il giorno precedente alla gara è sempre in programma l’allenamento ufficiale, una vera e propria prova generale. L’ultimo dei tre salti poi è davvero importante perché viene registrato come una gara: il provisional competition round.

Lo si registra perché il trampolino è una sfida agli elementi molto delicata e se il clima diventa troppo capriccioso a volte è impossibile saltare in sicurezza.

Quando capita quindi che il meteo impedisca una gara di salto uguale per tutti nel giorno della competizione ecco che il salto chiamato pcr torna utile e viene utilizzato per determinare l’ordine di partenza della gara di fondo.

Non succede spesso.

Ma succede.

Il mio pcr del venerdì era andato bene, proprio come nelle aspettative di inizio settimana e non era certo cosa da poco visto che le previsioni del tempo per il weekend non erano molto incoraggianti.


SABATO.

Confortato dal Venerdì positivo sono andato in gara determinato e pronto per un altro buon risultato dopo il quinto posto nell’ultima tappa in Norvegia.

Il salto di prova è stato decisamente buono ottenendo un punteggio tra i migliori venti: una posizione che mi consentiva di sorridere…e non poco.

Purtroppo a volte non tutto va come programmato.

E’ stato il caso del salto di gara. Condizioni del vento instabili, un pizzico di sfortuna, il salto non proprio buono tecnicamente: risultato 48esimo.

Dire che ero arrabbiato è poco.

Frustrato, deluso, la sensazione di rivivere un incubo. Di nuovo li, a Ramsau, dove ho fatto il mio primo podio. In un momento positivo dopo un buon avvio di stagione mi trovo di nuovo li, a soffrire dopo la prova di salto, relegato nelle posizioni di rincalzo, costretto ad inseguire un obiettivo che continua a sfuggirmi e mano a mano che mi avvicino lui si allontana, mi ride in faccia.

Nel momento in cui tutto sembra andare bene succede sempre qualcosa e mi fa sentire uno straccio, come è normale che sia quando non vedi i tuoi sacrifici trasformarsi nei risultati per i quali lavori come un pazzo.

Ma ormai non posso farci più niente, il salto di gara è andato e ora bisogna pensare al fondo. Non è facile cambiarsi, fare riscaldamento e presentarsi al via con questo stato d’animo, sapendo di essere troppo, troppo distante dai tuoi avversari per poter ambire ad un risultato che possa renderti felice.

Ma farò come faccio ormai da troppo tempo. Mi caricherò di rabbia, la trasformerò in grinta e mi sfogherò in pista sui 10 chilometri della gara.

E così ho fatto.

Ho sofferto, ho spinto, ho stretto i denti e alla fine ho chiuso la gara al 22esimo posto: miglior tempo nella frazione del fondo e altri 100 punti che si aggiungono alla già buona classifica del miglior fondista. Una nuova classifica speciale inserita quest’anno assieme a quella per il miglior saltatore per premiare i due atleti che a fine stagione avranno totalizzato il punteggio più alto nelle due diverse specialità.


DOMENICA.

Archiviata la prima delle due gare ero pronto per la rivincita.

Mi restava ormai solo quest’ultima gara prima della pausa natalizia e avrei fatto tutto ciò che potevo per togliermi una soddisfazione: avevo voglia di rifarmi, mi sentivo cattivo come non mai.

Sono andato al trampolino ma le condizioni per saltare erano molto lontane da quelle ideali: il vento continuava a cambiare, nevicava e la direzione di gara continuava a interrompere la discesa degli atleti.

Saltare da un trampolino è sempre un misto di tecnica, istinto e controllo degli elementi davvero particolare.

Arrivi ad una velocità incredibile su quel quadratino finale, l’ultimo confine bianco: quello che noi chiamiamo dente e, con tempismo perfetto, devi balzare su verso il cielo. Verso l’alto perché tanto in avanti ci vai per inerzia.

Sembra che tutto cerchi di trascinarti verso il basso: la gravità tu spinge giù.

Tutto sembra attirarti come una calamita verso il suolo e tu, con la sola forza delle tue gambe devi spingerti più possibile dall’altra parte per ritardare il momento fatidico in cui toccherai il terreno.

È dall’equilibrio di queste due forze, gravità e volontà, le quali agiscono in maniera opposta eppure uguale che tu vai a dipingere la tua traiettoria.

Il timing perfetto nasce dall’istinto, dalla ripetizione ossessiva e dalle sensazioni, oltre che da un fattore puramente visivo.

Te ne arrivi lì, a 90 e più chilometri all’ora e quando pancia e cervello dicono: “VAI” tu dai l’impulso a quelle gambe che stressi tutto l’anno in palestra e sugli sci, sperando che riescano a spararti lontano.

Tutto il resto deve seguire una linea naturale senza creare “strappi” o “frenarti” nella tua azione: devi cercare di uscire dalla pista di lancio un po’ come una freccia per mantenere alta la velocità e penetrare nell’aria continuando a galleggiare.

Quando hai spiccato il volo ormai è tardi e ti ritrovi davanti ad un bivio: due sole strade rimangono.

O hai staccato male ed in quel caso la frittata è fatta. Non ti resta che mirare lontano con lo sguardo e cercare disperatamente di aggrapparti ad una fune immaginaria che ti tenga su il più a lungo possibile.

Oppure hai staccato bene e allora te la godi, senti l’aria sotto gli sci che ti alza. Cerchi di puntare in fondo al trampolino sperando di non venire trascinato giù troppo in fretta. E’ una sensazione unica, devi mantenere la tensione muscolare e al momento stesso rilassare tutto per sfruttare al meglio la fase di volo. Un formicolio caldo ti percorre su tutto il corpo fino alle estremità mentre sei lì sospeso, e voli.

Alessandro Pittin

Quando sei per aria il vento ti sbatte addosso e può farlo in maniere diverse.

Se ti soffia alle spalle è quasi come saltare nel vuoto, sembra come di non avere gli sci ai piedi, come se qualcuno ti avesse caricato un peso sulle spalle che ti trascina verso il suolo rapidamente.

Per combattere quest’effetto servono tecnica ed una velocità di base più alta.

Se il vento invece ti soffia contro, dal basso, risalendo dalla zona di atterraggio allora diventa una sfida. Devi calare la velocità di rincorsa in base all’intensità del vento e saper controllare gli sci per non perdere l’equilibrio che già è precario.

L’aria che spinge dal basso ti sbatte in faccia come fosse un muro di cemento. Teoricamente è un possibile aiuto perché ti tiene su nel cielo più a lungo, ma galleggiarci sopra a volte diventa difficile ed anche solo riuscire a tenere gli sci orizzontali è un’impresa.

Un’impresa che ti serve portare a compimento per atterrare con stile e sicurezza.

Il discorso cambia ulteriormente quando il vento soffia di lato. Diventa una guerra agli elementi che, a volte, ti mettono in difficoltà estrema. Le folate possono farti perdere il controllo degli sci ed è la causa più alta di sbilanciamenti durante la fase di volo.


Per tutte queste variabili se le condizioni di salto non sono uguali per tutti la direzione è costretta ad interrompere spesso: garantire sicurezza e parità di condizioni è il suo compito.

Il primo salto della domenica, che solitamente sarebbe quello di prova, valeva anche da qualificazione per quello successivo di gara. I tempi per portare a termine la serie non erano così agevoli e quindi la giuria era costretta ad accorciare le pause a causa delle condizioni sfavorevoli. Arrivato il mio turno sono entrato in stanga ma dopo una lunga attesa sono stato fatto rientrare per attendere una situazione migliore. Ripartita la procedura sono rientrato in stanga. Quando si è acceso il semaforo verde e mi sono buttato giù il vento non era migliorato, anzi.

Risultato: un salto modesto, peggiorato dalla sfortuna e mi sono ritrovato ad essere soltanto 51esimo.

Considerando che solo i primi 50 classificati prendono parte alla seconda frazione, quella del fondo, io ero il primo degli esclusi.

L’ennesima delusione a Ramsau, un weekend iniziato male che sembrava destinato a finire persino peggio. Non potevo crederci.

Nuovamente inghiottito dall’incubo.

La mia ragazza, i miei genitori, tutti cercavano di darmi sostegno ma la rabbia non mi permetteva di sciogliere la tensione.

E così ho raccolto tutta la mia attrezzatura e me ne sono andato verso il container nello stadio del fondo.

Alessandro Pittin

Ed eccoci tornati alla finestrella dell’inizio.

In piedi ad osservare gli atleti venir giù e saltare con una frequenza sempre più ridotta visto che le condizioni meteo peggiorano atleta dopo atleta. Ed io mi sento come un tigre in gabbia, vorrei cambiarmi, mettere un paio di sci ai piedi e andarmene via in mezzo ai boschi, nel silenzio. Sfogare la mia frustrazione sulla neve.

Invece devo rimanere lì a guardare, perché sembra che il salto di gara stia andando per le lunghe. Sono passati quarantacinque minuti ed hanno saltato meno di trenta atleti. E ormai manca poco più di un’ora alla partenza del fondo, la giuria non ha più molto tempo per finire la serie di salto.

Ma io non ero in cima al trampolino, non ero nemmeno in fondo. Ero lontano, chiuso in me stesso.

Tutta la mia famiglia era lì e non potevano neppure vedermi nel mio pezzo forte.

 

All’improvviso la radiolina che usiamo per comunicare tra di noi ha gracchiato: era il capo allenatore che si trovava nella zona del trampolino.

È difficile proseguire qui! Rimanete pronti per ogni evenienza!

queste le sue parole.

 

Se sospendessero la prova verrebbero usati i salti del venerdì per determinare la lista di partenza, il famoso pcr, ed io tornerei in gara.

Una speranza piccola, ma pur sempre una speranza.

Claudia, la fisioterapista, comincia ad agitarsi e sia io che Michele, lo skiman, continuiamo a dirle di stare calma, che non c'è ancora niente di ufficiale.

Non voglio illudermi invano, non dopo quello che è successo in questo weekend.

Ma i minuti passano e gli atleti in cima al trampolino continuano a rimanere lì, in attesa di una decisione. Il clima all'interno del box, che fino a qualche secondo fa era gelido, comincia a scaldarsi. Sento l'agitazione rimettermi in moto, forse non tutto è perso! Forse oggi mi posso risvegliare dall'incubo!

Non è finita, finché non è finita!

 

Passano ancora alcuni minuti, che mi sembrano interminabili, quando la radiolina gracchia nuovamente:

è fatta! Annullata! Si parte con il provisional! Ale 36esimo a 1 minuto e 12!

Claudia ha cacciato un urlo liberatorio, era il colpo di fortuna che stavamo aspettando.

La sorte mi ridava quello che negli anni mi aveva tolto su quella pista così speciale per me.

Sia io che Michele invece siamo stati molto più sobri, impassibili. Ci siamo scambiati uno sguardo ed è bastato, non servivano parole, in quello sguardo c'era tutto. Avevamo già capito.

 

La mia testa è già alla classifica del venerdì, anche se in realtà me l'ero studiata così bene che non avevo bisogno di tornarci su per sapere i distacchi.

L'obiettivo è già chiaro dentro di me, so cosa sto cercando e non mi fermerò davanti a niente e nessuno.

 

Sempre molto contenuto nelle mie emozioni corro fuori e dritto verso il box del salto a recuperare tutto quello che mi serve per la gara di fondo.

Dentro di me, nel profondo, c'è una festa. Vado a fare riscaldamento, sono di nuovo in gara!

All'inferno e ritorno in meno di un'ora.


Mentre faccio riscaldamento ripasso mentalmente la classifica parziale. So che poco davanti a me partiranno un paio di atleti che nella frazione del fondo possono sicuramente darmi una mano.

Questo avrebbe costituito certo un vantaggio perché mi avrebbe permesso di fare la gara su di loro, senza preoccuparmi troppo degli altri, ma concentrandomi sul ritmo, sicuramente fortissimo, che avrebbero impostato fin dal principio.

Arrivo in partenza e vedo lì i nuovi Fischer che mi aspettano: proprio quelli che ho ricevuto ieri, sono sicuro che gli skiman hanno scelto bene e hanno fatto un buon lavoro.

I materiali saranno ottimi.

Mi gaso!

 

Vesto il pettorale di miglior fondista e quindi vengo presentato in partenza assieme ai primi tre atleti dopo la prova di salto e al mio "corrispettivo" del salto. Quello che veste il pettorale blu di miglior saltatore. E oggi parte addirittura dietro di me.

Mi gaso ancora di più!

Parte il conto alla rovescia. "VIA"

Io devo aspettare un minuto e dodici secondi poi mi lancerò all'inseguimento. Sarà una caccia.

La mia caccia!

Arriva il mio momento, parto e faccio come programmato durante il riscaldamento: dopo le prime spinte mi accodo al gruppetto guidato dai miei avversari di riferimento.

Questo mi aiuta a razionalizzare la rimonta, a pianificarla senza lasciar vincere la fretta, ma con metodo e cattiveria quasi matematica.

Sono affamato ma sereno.

Sento che non può che essere il mio giorno.

Un'ora fa ero rassegnato a fare le valigie e invece tutto si è ribaltato con un colpo di scena.

Ed io ero li in agguato, pronto a gettarmi nella mischia.

Ero pronto a cacciare.

Uno per uno voglio prenderli e superarli tutti.

I materiali poi si stanno rivelando perfetti, i miei nuovi sci sono alla loro prima uscita e sono velocissimi.

Pian piano mi porto avanti e recupero posizioni nel gruppetto.

Mi affaccio davanti e come previsto mi chiedono il cambio: vogliono che vada io davanti a tutti a fare il ritmo.

Sanno chi sono e sanno che molto probabilmente il più veloce in pista sono io quindi vogliono lavarsene le mani e lasciare a me il lavoro sporco. L'inseguimento bello e buono: la caccia alla cieca, quella che ti sfianca perché non vedi ancora la tua preda. È troppo distante ancora e non hai riferimenti se non le urla dei tecnici a bordo pista per aggiornarti sui distacchi.

Questa volta non mi faccio fregare.

Sento che è il mio giorno.

 

E allora lascio che la situazione se la gestiscano gli altri ancora per un po'. Mi rimetto in coda e sfrutto le scie, so che non è una decisione facile perché fremo dalla voglia di sfogarmi. Di nuovo mi sento come quella tigre in gabbia. Voglio uscire e ruggire ma devo stare calmo, siamo ancora a metà gara.

 

Chilometro dopo chilometro tenendo un ritmo costante ma indiavolato cominciamo ad avere nel mirino il gruppo dei migliori: sono una decina mi pare, forse meno.

Da piccoli omini in lontananza la loro immagine si fa sempre più grande con il passare dei secondi finché non prendo la mia decisione, quella che può cambiare l'esito della gara fino a quel momento anonima.

Rompo gli indugi, esco dalle scie dei miei avversari davanti e mi lancio da solo all'inseguimento dei primi.

Ora si che la vedo la mia preda. Sento crescere la tensione ma sono sicuro che anche i miei avversari non siano molto tranquilli, sentono il fiato sul collo.

La caccia è quasi all'epilogo.

Alessandro Pittin

Siamo all'inizio dell'ultimo giro, gli ultimi due chilometri e mezzo. D'ora in avanti non è più permesso sbagliare: ogni errore può compromettere tutto ciò che è stato ottenuto con fatica, sudore e sacrificio.

Sulla prima salita cerco di farmi strada, la pista non è molto larga e devo quasi fare a spallate per guadagnarmi un posto in prima fila.

Lo spettacolo è appena iniziato!

A fine gara Pietro, il nostro allenatore per la parte fondo e skiman, mi ha confidato: "hai fatto una gran bella mossa sulla salita per portarti davanti".

È molto importante nei momenti finali della gara non farsi bloccare nelle retrovie del gruppo perché ogni attimo potrebbe essere fatale: l'attimo fuggente.

 

"CARPE DIEM"

 

Scatti, sportellate, giochi di scia. Ormai siamo all'ultima salita.

Il gruppo si è allungato, io sono quarto forse quinto, ho perso un po' di lucidità e mi ritrovo dietro ad un atleta in difficoltà. Sale troppo lentamente e gli altri non stanno mica a guardare.

La preda mi sta scappando sotto gli occhi.

Ma la tigre non è più in gabbia, con un balzo secco scarto di lato e supero l'avversario. Riprendo la scia dei primi tre.

Ci buttiamo in picchiata verso lo stadio, io sono veloce. In una frazione di secondo analizzo le varie possibilità, mi sento molto lucido: se rimango dietro mi ritroverò troppo attardato nella volata finale, se provo a superare devo uscire uscire scia battuta e andare nella neve fresca; non è molta ma sicuramente è più lenta. Però io non ho scelta, ora o mai più.

Un battito, una frazione di secondo, un attimo: quel famoso attimo di prima, l'attimo fuggente.

Avrei dovuto essere più veloce ma purtroppo non sempre tutto va come programmato. Nello stesso momento in cui mi sono spostato io lo ha fatto anche il tedesco che mi precedeva.

Ora mi ritrovo secondo è solo un rettilineo ci separa dal traguardo. Poco più di cento metri.

Vedo la mia preda pochi metri più avanti e continuò ad inseguirla ma non riesco a raggiungerla. "La caccia non è ancora finita" mi dico, continuo a crederci fino all'ultimo.

 

Alla fine, in una giornata di cui essere felici per diversi motivi, perché diciamolo nel male ho avuto anche molta fortuna oggi, riesco comunque a passare il traguardo con quel pizzico di amaro in bocca.

All'ultimo secondo la preda mi è sfuggita e sono arrivato secondo.

Questa piccola delusione però ha durata brevissima. Subito dopo mi sento alla grande: mi sono risvegliato dall'incubo e sono tornato sul podio.

Un miscuglio di sensazioni che si sono alternate velocissime da un giorno all’altro: felicità, tristezza, frustrazione, orgoglio.

Davvero un manifesto di quello che lo sport in generale, ed il nostro in particolare, può regalare.

 

Il primo podio dopo oltre due anni, fatto su quella pista e in un anno speciale come quello olimpico è sicuramente qualcosa di molto emozionante.

Sapere di averlo fatto di fronte ai propri cari venuti fin lì solo per sostenermi ha reso il tutto ancora più soddisfacente, più gustoso.

Ma completare una rimonta del genere proprio quando, pochi minuti prima, stavo già facendo le valigie per tornarmene a casa… beh questo davvero non ha prezzo.

L'abbraccio con la mia ragazza, con i miei genitori. Mi mancavano queste gare.

 

Dopo le premiazioni e la conferenza stampa impacchettiamo tutti i materiali e l'attrezzatura, carichiamo sui furgoni e ce ne torniamo in albergo.

Sono le quattro passate e ci aspetta la torta. Oggi ho pranzato con le barrette della enervit.

Così, tutti assieme ci troviamo in hotel. Atleti, staff, il mio "fanclub" e festeggiamo, almeno un po' questo bel risultato. Sul tavolo c'è un iPad con la replica della gara e ce la guardiamo. Devo dire che mi piace come mi sono destreggiato oggi.

Sono contento. Finalmente mi sento di nuovo io: competitivo e determinato.

Posso tornare a casa, soddisfatto. Per questa volta.

Perché la caccia non è finita!

Alessandro Pittin / Contributor

Alessandro Pittin

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