Sarah Pavan

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Tutti dicono di avere un sogno.

Sofisticato oppure semplice.

Irrealizzabile in partenza oppure perfettamente allineato con i propri talenti naturali, la diretta conseguenza di un percorso che il destino ti ha messo sotto ai piedi.

Sogni di grandezza, sogni di pace oppure sogni di felicità, che senza dubbio sono i più complicati dei tre.

Sogni che prima diventano obiettivi, e poi ossessioni ed infine rimpianti.

Sogni lasciati sulla mensola più alta, che si riempiono di polvere e che spariscono sotto al velo del tempo e alla durezza del quotidiano.

Sogni pubblici, sbandierati e gridati ai sette venti, tatuati oppure affissi, dipinti e graffittati sul fianco di un vagone della metropolitana.

Sogni protetti con estrema gelosia, ultima difesa prima di consegnarsi completamente ad un altro essere umano; sogni segreti e segretissimi, che se qualcuno li tocca potrebbero anche esplodere, come una bolla di sapone sfiorata appena da un dito distratto.

Tutti dicono di avere un sogno, ed ognuno ha il proprio.

Sarah Pavan

Alcuni, per esempio, sognano di girare il Mondo.

Ma tra visitare un posto e conoscerlo per davvero c’è una grande differenza.

Canada, Stati Uniti, Italia, Korea, Brasile, Cina: nei miei anni indoor ho giocato in molti luoghi lontani, così distanti da casa, facendo il possibile per vivere immersa nella cultura più autentica di chi mi stava ospitando.

Anche in un ambiente protetto ed ovattato, come quello di una squadra di professioniste, in 9 mesi, se lo vuoi, avrai sempre l’occasione di essere più che una semplice turista.

Culture diverse, stili di vita diversi, cibo e abitudini diverse mi hanno insegnato a cercare sempre una prospettiva nuova sulle cose, e a fare del mio meglio per essere una brava compagna di squadra.

Ovunque andassi, il 90 percento, o quasi, delle mie colleghe erano nate e cresciute lì, tra i confini del Paese in cui giocavano e mi sono sempre costretta a trovare qualcosa di consistente, che mi permettesse di fare un passo verso di loro prima che loro lo facessero verso di me.

La lingua è stata il mio cavallo di Troia. I nordamericani hanno la cattiva reputazione di non volersi adattare mai ad imparare un’altra lingua, tanto l’inglese è quella di tutti ormai. Ma io ne ho fatto un punto d’orgoglio, un obiettivo imprescindibile per il mio lavoro, ed è così che ho imparato l’italiano, il portoghese, e un po’ di coreano e di cinese, quantomeno quello che bastava per fare la spesa e utilizzare le loro monete al supermercato.

Ricordo che quando sono arrivata a Conegliano ho passato tutte le ore libere tra un’allenamento e l’altro in biblioteca, perché volevo a tutti i costi apprendere la grammatica prima di provare ad aprir bocca in una lingua nuova. Dopo un mese abbondante, da un giorno all’altro, senza che nessuno se lo aspettasse, ho iniziato a rispondere a tutte, e a tutti, in italiano. Le ragazze sono immediatamente impazzite e la nostra relazione è esplosa in tutta la sua bellezza grazie a quel gesto, che dimostrava loro quanto per me fosse importante capirle, anche quando non parlavano con me.

Alcune persone, quindi, sognano di girare il Mondo, e di prendere il meglio da ogni singolo viaggio.

Ma io non sono tra queste.

Sarah Pavan

Altri sognano di salire fino al vertice del proprio settore lavorativo.

Fare carriera.

Io sono nata in Canada e la nostra eredità sportiva è legata a doppio filo con gli sport invernali. Lo sci, l’hockey: è difficile pensare di diventare una pallavolista di alto livello, o quantomeno lo era quando io ho iniziato a giocare.

Ho visto molti miei connazionali e mie connazionali accettare dei contratti mediocri, per giocare in leghe che non li avrebbero mai resi atleti migliori.

Scelte di comodo, scelte sicure.

Ma io, per me, volevo di più.

Volevo giocare in Italia, e poi in Turchia.

Volevo mettermi alla prova nei campionati più difficili, contro le avversarie più quotate, per vedere quanto il alto potessi arrivare con le mie forze.

Non è stato affatto facile, inoltre avevo la sinistra abitudine di arrivare in squadra l’anno dopo che il miglior opposto del Mondo se ne era andato, e toccava a me sostituirlo. È successo con Taj Aguero in Italia, è successo con Sheilla in Brasile.

Ma con il tempo, con l’allenamento e con un po’ di coraggio sono arrivata fino in cima, diventando una delle giocatrici più pagate di tutto il circuito, vincendo campionati, coppe e premi individuali.

Una sensazione di potenza e di forza che sentivo sottorete, e che nessuno potrà mai portarmi via, anche ora che è soltanto un ricordo.

Ho sempre avuto una visione chiara del mio percorso professionale, una linea diretta dagli inizi fino alla cima del mio sport, che ho fatto mia, abbracciato e poi percorso.

In molti, al giorno d’oggi, sognano di fare carriera.

 

Ma io non sono tra questi.

Sarah Pavan

Per tanti altri, invece, il sogno più grande è quello di riuscire ad esprimere se stessi e la propria personalità, che è una montagna ancor più alta del fare carriera.

Io sono, per mia natura, molto introversa, anche se a vedermi in campo probabilmente non si direbbe. In campo grido e sbraito, salto; gioco col fuoco dentro, che mi porta a essere fisica e vocale nelle espressioni, ma fuori tutto questo si spegne subito, riportandomi nella mia bolla.

In una squadra indoor ci sono 12, 16 teste e grosse personalità che sbattono una contro l’altra e tutto si normalizza dietro alla forza dei grandi numeri. Il carattere esuberante di qualcuno viene silenziato dalla forza del gruppo, le opinioni appiattite dietro quelle che vanno per la maggiore, e tu non sei costretta ad andare d’accordo con tutte le compagne di squadra per far funzionare le cose.

Il beach volley non era nel mio piano originale, neppure in un milione di anni; ma quando poi è arrivato ho scoperto un ambiente completamente nuovo nel quale sono stata costretta a uscire allo scoperto e ad esprimere tutta la mia personalità dentro e fuori dal campo.

Meno persone fanno parte di una squadra e maggiore è la cura che il singolo deve metterci per andare lontano.

E quella di beach è la squadra più piccola del Mondo.

Due persone, che sono individui e allo stesso tempo anche un meccanismo perfetto, capace di sopravvivere ai momenti difficili e alle incomprensioni, senza più avere l’arma dell’indifferenza a proteggere il quieto vivere.

Tutto quello che dico ed esprimo su un campo da beach, oggi, lo dico ad una persona sola, e lei deve ricevere, accogliere e processare tutto. È un equilibrio delicato che mi ha permesso di scoprire ogni angolo del mio carattere, anche quello più nascosto.

 

Ma non era questo il mio sogno di bambina.

Sarah Pavan

Il mio solo, grande, sogno era quello di andare alle Olimpiadi.

E, possibilmente, fare qualcosa di grande sotto la loro ombra.

 

La nostra nazionale indoor non si era qualificata per Londra 2012, io avevo 26 anni e il desiderio a 5 cerchi che mi bruciava da almeno 20 di questi.

Mi sono detta: “ora o mai più” e così ho provato con il beach.

Per 5 anni ho continuato con la doppia carriera, perché non ero pronta a rinunciare a tutto quello che avevo costruito nella pallavolo.

Nel 2017, dopo le Olimpiadi di Rio, alle quali avevo sì partecipato, ma senza raccogliere quanto avrei voluto, ho cambiato partner e fin dai primissimi allenamenti con Melissa ho percepito che c’erano le premesse per provare a coronare il mio sogno più grande.

La stagione successiva, in settembre, sono tornata in Italia per l’inizio del campionato, ma durante gli allenamenti non riuscivo a pensare ad altro che al beach e al fatto che sarei dovuta essere a casa, con Melissa, a lavorare tutti i giorni sui nostri meccanismi. A metà della stagione, nel gennaio del 2018, pur divorata dai dubbi, ho preso la decisione più difficile della mia vita, lasciando definitivamente la pallavolo.

Era la prima volta che lasciavo qualcosa a metà e non potevo che chiedermi che cosa dicesse di me l’aver abbandonato un progetto anzitempo.

La squadra non ne fu felice.

La nazionale non ne fu felice, e mi liquidarono con un semplice “Ok” quando comunicai loro che dopo 12 anni avrei voluto abbandonare la selezione.

In molti criticarono la mia scelta, ancora di più furono quelli che mi predirono un fallimento certo, perché un opposto “non sa passare la palla” e perché “i giocatori indoor, senza un allenatore, non sanno stare in campo”.

Sarah Pavan

Oltre due anni più tardi, anche se nel mezzo di una stagione strana per tutti, io e Melissa siamo prime nel ranking mondiale e contiamo i giorni che ci separano dalle Olimpiadi di Tokyo.

I ricordi del mio percorso nella pallavolo sono in un luogo tutto mio, che posso visitare quando voglio e altrettanto lo sono quelli dei miei viaggi, delle mie compagne e della mia crescita personale.

Delle parole di coloro che dubitavano non sento più nemmeno l’eco e al mio angolo ci sono le persone di sempre, quelle più speciali degli altri.

 

Si dice che chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che perde e non sa quello che trova, ma tutti hanno un sogno da inseguire, sofisticato oppure semplice, che val sempre il prezzo di una rivoluzione.

Sarah Pavan / Contributor

Sarah Pavan