Aaron Durugati

Aaron Durogati

12 MIN

Quando mi chiedono in che cosa consista una gara di parapendio a me viene sempre naturale rispondere che assomiglia moltissimo ad una regata.

C’è un percorso da disegnare, traiettorie da dipingere, ci sono le boe da raggiungere e oltrepassare, ci sono i venti e le correnti da dominare.

Tutto quello che ti circonda è blu e sotto i piedi non hai la rassicurante solidità della terra ma qualcosa che puoi controllare altrettanto facilmente.

Avere il mare o il cielo come tela da sporcare sono però due cose profondamente diverse.

 

A volte le gara di parapendio supera i 170 chilometri, un percorso infinito, surfando tra i venti.

 

Il surf.

Ecco un’altra similitudine tra mare e cielo, tra aria e acqua.

Anche noi infatti a volte riusciamo a surfare.

 

Le nuvole possono avere una massa di diverse tonnellate.

Tonnellate inconsistenti eppure pesantissime di acqua volteggiano sopra le nostre teste.

A scuola non lo insegnano con la dovuta poesia.

Ti spiegano che il vapore acqueo sale, che si condensa e che forma le nuvole.

Non ti dicono però quanto pesa una nuvola, quanto sia densa.

Aaron Durogati

Le goccioline salgono dal fondo della nuvola alla sua cima sospinte dalle correnti e dai venti ma, arrivate alla sommità ricadono nuovamente fino al fondo attirate dalla gravità.

Piove anche all’insù nel mondo alla rovescia del cielo.

Nessuno ti racconterà mai di come, quando un vento sbatte contro una nuvola densa, tu possa attraversarla ed emergere sulla sua superficie.

Ho visto gruppi di decine di uomini surfare sopra una nuvola, fianco a fianco, domando le correnti, sentendo l’acqua addosso e sfruttando il vento per non finire sotto.

Il bianco sotto i piedi e l’azzurro sopra la testa.

Potrebbe bastare questo a descrivere quello che faccio, un frame, una GIF perfetta che riassume tutto: tecnica, conoscenza, lucidità, poesia.

Qualunque sportivo vi dirà che c’è sempre tanta routine dietro la sua performance.

Che sia campione di scacchi o pilota di formula 1, a livello professionistico, il gesto tecnico perde parte della sua carica emotiva e diventa pura abitudine.

Ma grazie al cielo (carina questa eh!) rimangono lì ogni tanto alcuni momenti di puro godimento, dove ti scorre un brivido freddo sulla schiena.

Per me è il momento più figo è il bluff.

Bluffare mi gasa tantissimo, come a poker.

Durante le gare noi voliamo uno dietro all’altro e sfruttare la scia di chi ti precede è fondamentale per capire un po’ la storia della corsa.

Non è come il succhiare la ruota di un ciclista, è più come osservare la traiettoria di una macchina da corsa che precede la tua.

Ci sono centinaia di metri che vi separano, ma tu li coprirai in un amen.

E se lui sbaglia la traiettoria o sei sveglio a cambiarla o la sbaglierai pure tu.

Aaron Durogati

Ma se sei tu a menare le danze per primo allora puoi giocare.

Usare il vento per scappare via o mantenere una linea più morbida.

Sfidare una corrente ascensionale che può farti volare via in fuga solitaria o trascinarti al suolo con la stessa facilità.

 

Assomiglia ad una partita di poker.

E spesso sono riuscito a vincere senza avere in mano le carte migliori.

In realtà dietro a questo quadro c’è molto lavoro oscuro, ci sono i sacrifici, lo studio ed i rischi.

A gennaio per la seconda volta ho vinto la Coppa del Mondo di parapendio.

Sono sempre riuscito ad andare a podio in ogni singola gara fino a Giugno, tutto era perfettamente apparecchiato per l’Appuntamento della stagione.

Appuntamento, con la A maiuscola.

 

Il Red Bull X-Alps è una gara che si corre ogni due anni e potete esser certi che non si tratta di una di quelle discipline che si fanno alle scuole medie nelle ore di ginnastica.

Si parte a Salisburgo e si attraversano tutte le Alpi.

Tutte le Alpi veramente, fino a baciare il mare sulla costa francese.

Affrontando un dislivello quotidiano che può raggiungere i 5000 metri, per 12 giorni si passeggia nel cielo, alternando la corsa al volo.

Per dare un’idea nella mia ultima edizione ho percorso 2000 chilometri, scrivo anche in lettere per sicurezza, duemila chilometri in volo e 400, quattrocento, a piedi con l’attrezzatura sulle spalle.

Aaron Durogati

Chilometro più.

Chilometro meno.

 

Per giorni in fila corri per risalire la montagna, trovi lo spazio più adatto e decolli, cercando di stare sul nel cielo il più a lungo possibile.

Massacrante.

Anzi bellissimo.

Anzi bellissimo e massacrante.

 

È il mio Nirvana e con lo dico solo perchè lassù a volte manca l’ossigeno e si posso avere le visioni.

Sono nel mio elemento senza soluzione di continuità.

Io mi sento aria e roccia allo stesso tempo, questo è un formato unico che aspetto sempre come da bambini si aspetta il 25 dicembre.

Un anno intero, in questo caso due, a comportarsi bene sperando che Babbo Natale porti i regali e non il carbone, a decollare con il mio personalissimo surf facendo al meglio possibile i miei compiti a casa.

E quest’anno sono stato un bambino diligente.

Mi sentivo stra-pronto.

 

Durante l’X-Alps si corre dalle 5 alle 22.30, dopodichè tutto tace e i cieli ed i pendi devono obbligatoriamente tornare deserti.

A meno che tu non ti sia classificato nei primi tre nel prologo.

Il prologo è il gustoso preludio all’Odissea che stai per intraprendere, in scala molto ridotta e con gli stessi partecipanti.

Aaron Durogati

Se arrivi sul podio ti guadagni una notte extra, nella quale puoi prendere vantaggio, da spendere durante gli otto giorni di gara.

 

Una notte, dalle dieci e mezza di sera fino all’alba, tutta tua, per correre al chiarore della luna e gustare la vista delle stelle con il solo suono del tuo fiatone.

 

Avevo vinto il prologo e non mi aspettavo un risultato diverso anche nella mamma di tutte le competizioni.

 

 

Giorno 1, il tempo è brutto ed era impossibile mettersi a volare, per cui ci limitiamo tutti a correre.

Siamo corridori forti, resilienti, molto esperti.

Ci sono tanti che fanno le ultra-maratone.

Se non sapete cosa sono vi consiglio di googlarlo.

 

Astenersi amanti del divano.

 

Dopo 70 chilometri di corsa mi si è lussato il perone, uscito dalla sua sede.

Osso spostato di 3 centimetri rispetto alla sua abituale collocazione.

Nessuno sa dirmi come sia potuto succedere.

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Forse a volte il corpo cerca solo di chiederti un time-out, una pausa perché non riesce a seguire il ritmo del cervello e quello del cuore.

Ho proseguito per altri 4 giorni, cercando di volare il più possibile e limitando la parte a piedi ad una salita arrancata.

Durante il tratto di corsa mi superavano ovviamente tutti, ma a fine giornata, dopo il pezzo di gara passato in volo riuscivo sempre a rientrare nelle prime 5 posizioni, nonostante questo stato costretto a mollare tutto dopo un po’: non ne potevo più, troppo dolore.

 

Sotto il mio albero di Natale ho trovato il carbone, anzi peggio: ho trovato dei pacchi regalo belli da vedere ma senza la sorpresa dentro.

 

Difficile farsene una ragione.

Molto difficile.

Sbagliare ogni tanto ci sta e alla fine te ne fai sempre una ragione.

Ma un infortunio così strano e balordo, che non puoi controllare, proprio nel bel mezzo di qualcosa che per te vale tantissimo è difficile da accettare.


Magari c’è un disegno più ampio, magari c’è una ragione.

Io comunque in quel momento lì non la vedevo assolutamente.

Passano i giorni e io mi risistemo fisicamente anche se sto combattendo tuttora con il femore ballerino, vuol dire che a fine carriera mi darò alla danza.

Verso fine estate comunque mi ritrovo mezzo rotto, un po’ dispiaciuto di come stiano andando le cose e costretto a fare da spettatore al Dolomitenmann di Lienz, un’altra delle competizioni più belle del nostro mondo.

Non per scelta mia: i programmi in teoria erano altri e saltati quelli mi sono ritrovato col classico soldo bucato in mano.

Fine agosto.

Poche settimane al Dolomitenmann.

Mi chiama il direttore tecnico Red Bull:

Facciamo un secondo team, ci sei?

Finalmente buone notizie.

Ci sono sì!

Aaron Durogati

La gara è un’altra di quelle cose pazzesche che si fanno fatica anche solo a concepire, funziona come una staffetta composta da 4 atleti.

Il primo si spara 12 chilometri di corsa in salita.

Il secondo scende dalla cima alternando parapendio e corsa.

Il terzo pedala in mountain bike.

E il quarto su una canoa, concludendo il tutto nel centro città, gremito con più di 7000 persone festanti.

 

La solita lucida follia degli organizzatori.

La follia che piace a me.

 

Partire con un secondo team ha i suoi contro ad essere sinceri.

Il livello dei compagni non sarà certo il più alto a disposizione.

Se lo staffettista che ti precede resta imbottigliato nel traffico tu devi farti in 4, in 8, in 16, per riemergere con tante persone sul percorso.

 

Io stimavo il mio primo frazionista tra i migliori 10 e questo mi avrebbe dato una discreta griglia di partenza per lanciarmi con il parapendio.

 

Dramma sportivo.

Giornata storta.

O più verosimilmente la solita sfiga.

Il corridore imcappa nella classica giornata no: quarantesimo.


Soono partito per la mia frazione in mezzo al Mondo intero. Più una tangenziale che non uno scenario di altura.

 

Mi ero stufato.

Stufato delle cose che non giravano bene, stufato di pensare -che sfiga-.

 

Stufato forse semplicemente di pensare.

 

E sono partito come un pazzo.

Vedevo quel gruppone di atleti davanti a me e me li sono andato a riprendere uno a uno.

Appena ne superavo uno, correndo o volando iniziavo a guardare con occhi furbi quello davanti, senza accontentarmi mai.

Mi sono sentito vivo come accadeva prima dell’infortunio.

Leggero e forte.

 

Nella mia frazione volavano anche 6 atleti che avevano fatto l’X-Alps durante l’estate, tra cui il vincitore Christian Maurer, riuscire a battere il crono di ognuno di loro ha significato moltissimo per me.

Aaron Durogati

Ho fatto il miglior tempo di frazione.

Di gran lunga.

Ho festeggiato in piazza sul podio e sono tornato a sentirmi il cannibale di inizio stagione.

 

Ma soprattutto sono quasi svenuto.

Dopo essere atterrato a fine frazione ero talmente esausto da essere crollato a terra con il respiro affannoso.

Una corsa a perdifiato, un volo in apnea quasi totale.

 

Sentendo il torace andare su e giù, senza avere la forza neppure per ridere mi sono sentito rinascere.

Aaron Durogati / Contributor

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