Ange Capuozzo

7 MIN

Piccolo.

Il più piccolo.

Sono sempre rimasto nascosto, accucciato nell’ombra degli altri.

Venti centimetri e venti chili meno di tutti, già da quando ero un adolescente.

Ricordo i pomeriggi passati al parco con papà, da bambino, correndo a perdifiato per inseguire qualsiasi pallone rotolasse nella mia direzione. Me li ricordo, quei giorni, o forse ne ricordo soltanto le immagini, visto che i miei genitori filmavano qualsiasi cosa facessimo, specie se avevamo un bel sorriso sulle labbra.

Ange Capuozzo

Il mio filmino preferito in assoluto, però, è quello in cui guardavo le partite di rugby. Scricciolo tutto pelle e ossa, a gambe incrociate sul pavimento, fissavo la televisione con gli occhi sgranati, completamente assorto nel guardare questi enormi omoni duellare per la palla ovale. Era ipnotico.

E prima ancora che riuscissi a comprenderne appieno il perché, mi sono innamorato di quello sport così diverso.

Diverso perché democratico.

Diverso perché è un misto di individui e collettività.

Diverso perché era un terreno di conquista.

In famiglia, soprattutto ai miei cugini più grandi, piaceva il calcio, che forse, a guardarmi da testa a piedi, quella sarebbe potuta sembrare la scelta più logica anche per me, che ero magrissimo, veloce e anche molto furbo.

E invece io non pensavo ad altro che al rugby, e alla voglia che sentivo di impormi sugli altri, di far valere la mia energia, la mia presenza, per far vedere a tutti che c’ero. Che c’ero anch’io.

Ange Capuozzo

A tre, quattro anni, quando ho cominciato a giocare, ero il più coraggioso di tutto il gruppo. Mi lanciavo di testa per placcare qualsiasi cosa si muovesse. Mi piaceva da morire la sensazione dell’impatto: sentire il colpo sulle braccia, provare un brivido perché li avevo fatti cadere, perché lo avevo fatto con le mie forze nascoste.

Quello era il mio modo per crescere di venti centimetri e prendere venti chili in una singola giocata; la maniera in cui diventavo come tutti gli altri, forse anche più grande, pur rimanendo esattamente chi ero.

Il rugby mi ha regalato la fiducia smisurata di sentirmi un gigante.

Fiducia che poi, ovviamente, è stata messa a dura prova quando sono arrivato alle scuole superiori, che sono una giungla per tutti i ragazzi del Mondo. Fino ai dodici anni, la mia vita ruotava intorno agli amici, alla famiglia e al rugby, a cui dedicavo ogni singolo weekend, girando per tutta la Francia alla ricerca del prossimo torneo.

Poi è arrivata la pubertà, e mentre tutti gli altri crescevano e si sviluppavano, cambiavano la voce e iniziavano ad avere un timido accenno di baffi, io restavo quello di sempre.

Il solito, piccolo, Ange.

Scheletrico nel corpo, senza un pelo sulla faccia e con qualche domanda in più, rispetto a prima.

Così, la mia taglia fisica è diventata un problema, portandomi spesso a dubitare di me, e delle possibilità che avevo di diventare un atleta vero.

Di più: a farmi dubitare persino dell’uomo che sarei diventato.

È stata una battaglia interiore, combattuta tutta dentro al mio cervello, dove una parte di me non voleva accettare il fatto di essere così esile, di sentirsi così inconsistente.

Bella parola, “consistenza”.

È pesante in ogni sua sillaba, e si può applicare ad ogni cosa.

Solo che all’epoca non me ne rendevo ancora conto.

Guardavo soltanto a quel che mi mancava, o a quello che avevo meno degli altri, non soltanto nello sport, che diventava però la perfetta metafora anche per la vita intera, dove mi sembrava che fossi l’unico tra tutti a non crescere mai.

A restare bambino.

Ange Capuozzo

Ho dovuto fare un lungo percorso, cominciato con il conoscere a fondo il ragazzo che ogni mattina mi sorrideva controvoglia allo specchio. Ho dovuto cercare la forza di essere diverso, per sentirmi di nuovo comodo nelle mie stesse scarpe, come quando da bambino, non vedevo l’ora di placcare quelli più grossi di me.

E il rugby è stato la direttrice del mio cambiamento: uno strumento per capire chi fossi e per comprendere, con l’immediatezza del campo, che “grande” davvero lo puoi essere soltanto nella testa, e non fuori. La collisione fisica devi vincerla prima lì.

Ho appreso che si può diventare “consistenti” anche nel lavoro, nelle intenzioni, nella volontà, nel desiderio, nel fuoco della competizione, e in questo, il rugby, ha la capacità unica di trovare sempre un modo per farti fare un bagno di umiltà.

Ora che sono arrivato in alto, vedo la mia storia con occhi diversi, pienamente convinto che, anche se sono soltanto agli inizi e devo dimostrare ancora tanto, affronterò quel che viene con lo spirito di un piccolo gigante.

Quando mi guardo indietro e ripenso ai momenti più difficili mi rendo conto di aver sempre avuto dentro tutto quello che mi serviva.

Ed è per questo che se potessi incontrare il me stesso tredicenne, non gli darei nessun consiglio, né tanto meno una parola di conforto.

Né un parere, né una pacca sulla spalla.

Mi limiterei a ringraziarlo.
Gli direi “grazie per non aver mollato, è per merito tuo se oggi sono felice”.

Ange Capuozzo / Contributor

Ange Capuozzo