Federica Cesarini

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Quando papà mi raccontava, un po’ scherzando e un po’ no, che i bambini somari finivano dietro la lavagna, io la prendevo a ridere. Pensavo fosse una specie di metafora, un modo di dire, perché, per quel che ne sapevo io, dietro la lavagna larga quanto la parete dell’aula c’è solo il muro e non c’è spazio per nient’altro.

Ma questo valeva per la mia scuola di Varese.

Poi ho scoperto che non è così per tutti, non è così ovunque.

Quando ho messo piede nella classe nuova, la prima cosa che ho notato è stata proprio la lavagna. Quasi non la trovavo, poi ho visto un rettangolo nero sostenuto da un treppiedi, come le tele dei pittori. E ho capito che alcune lavagne hanno anche un “dietro”, che ci sono cose di diverse misure e che forse avrei dovuto ricalcolare la mia vita secondo quelle taglie, così diverse da quelle a cui ero abituata.

 

Scuola più piccola, con meno aule.

Aule più piccole, con meno compagni.

Per un istante ho pensato che anche libri e quaderni fossero di un’altra grandezza. Mi stava tutto stretto, perché a otto anni gli amici sono il metro per trovare il proprio spazio nel mondo e io, che il mio credevo di averlo trovato, me lo sono visto strappare da sotto i piedi.

Pattinavo, seguendo la passione di mamma e sognando di giocare a hockey come mio fratello, avevo molti amici, e anche se annusavo che a casa le cose non andassero molto bene già da un po’, camminavo sul cornicione della mia infanzia con discreta nonchalance.

Federica Cesarini
Federica Cesarini

C’è un età in cui si è troppo piccoli per comprendere a pieno alcune dinamiche ma allo stesso tempo troppo grandi per restarne del tutto indifferenti. Un divorzio lascia sempre dietro di sé delle briciole, rimasugli di vita accumulati nel tempo che ci mettono anche anni per depositarsi al suolo.

E molto, molto di più per poter essere spazzati via.

I litigi si sommano e diventano una battaglia inutile, in cui alla fine perdono tutti.

Prima ci siamo trasferiti dal nonno, a Bardello, ma le nostre vite sono rimaste a Varese, finché fare mezz’ora di strada per raggiungere la scuola ogni giorno non è stato più sostenibile. E allora è arrivata la scuola nuova, quella piccola, con la lavagna piccola e la classe piccola di appena 12 bambini. Che sono pochi ma sembrano tantissimi se appena varchi la porta trovi 24 occhi che ti squadrano dall’alto verso il basso.

Non mi piaceva.

Non capivo perché dovessi rinunciare a tutto, perché non si poteva tornare ad andare tutti d’accordo e vivere di nuovo a casa, quella vera.

Ma le cose attorno erano già troppo diverse e anche quella “me bambina” capiva che non saremmo mai più tornati indietro. Matteo, mio fratello sulla carta e mio eroe nella vita, è rimasto con il papà mentre io e la mamma siamo andate a vivere definitamente con il nonno.

Una famiglia spaccata in due.

E spaccata in due mi ci sentivo anche io.

A scuola venivo isolata, a volte anche derisa e bullizzata, perché ero la ragazzina di città e quelle che oggi mi sembrano piccolezze, come la scelta dei vestiti o del taglio di capelli, durante le scuole medie erano le uniche cose a cui riuscissi a pensare.

Poi, il mio caratterino di certo non migliorava la situazione e finiva con l’alimentare la cattiveria degli altri, come quando ho reagito ad un bullo lanciandogli addosso un banco, passando in un baleno dalla parte del torto e incastrandomi ancora di più nella parte di "quella difficile”.

Federica Cesarini
Federica Cesarini

Uscita da scuola però andavo al palazzetto e infilavo i pattini.

E proprio nel momento in cui li allacciavo, tutto sembrava rallentare, riadattarsi alla mia forma, tornare della mia misura in modo che potessi divertirmi.

Il pattinaggio era diventato l’hockey, proprio come sognavo, e, in un puzzle perfetto, a farmi da allenatore per un periodo è stato proprio mio fratello.

Per quelle due ore tutto era al posto giusto e io riuscivo a canalizzare la mia rabbia e la mia energia in qualcosa di concreto, di vincente.

A 12 anni però ho dovuto fare i conti con un’altra verità: lo sport è per tutti, ma non tutti possono scegliere il proprio sport.

E siccome fino a quel momento avevo giocato in una squadra mista, nel senso che erano tutti maschi tranne me, quando siamo passati di categoria non ho più potuto far parte della squadra e sono rimasta con i pattini ai piedi e una marea di dubbi su come riempire i miei pomeriggi.

La casa del nonno era sul Lago, e giusto sotto di noi c’era una darsena. Così, in quell’estate di incertezze e amarezza, lui mi ha portata a vedere le barche. Le barche dei campioni, perché proprio in quelle acque si allenavano i Canottieri Gavirate, la squadra più forte d’Italia.

Ci è voluto del tempo, una “falsa partenza” durata appena due mesi prima di smettere e poi ricominciare, e tanta pazienza per capire come entrare in sintonia con quella strana barca da manovrare all’indietro.

Ma una volta capita l’unica vera regola che sta alla base del canottaggio, è stato amore: in questo sport non esiste il talento, esiste il lavoro.

Federica Cesarini

Si può essere dotati, predisposti, avere braccia forti o i polmoni di una sirena ma quello che conta è solo quanta fatica sei disposta a fare. E io sono sempre stata felice di farne tanta. Per sfogarmi, per raggiungere un obiettivo, per trasformare i miei desideri in un risultato reale, tangibile.

Ho sempre sognato di diventare un’atleta, perché da subito avevo capito che alcune caratteristiche che rendevano il mio carattere un po’ complesso a scuola o a casa erano invece viste come virtù da coltivare sul ghiaccio o nell’acqua.

Dovevo farcela, sentivo di potercela fare. Come quando ho chiesto per la prima volta cosa fossero quei 5 cerchi incastrati tra di loro, e mi hanno detto: “è il simbolo della gara più importante di tutte, quella degli atleti più forti del Mondo”. Così, a 6 o 7 anni, mi sono immaginata su un podio olimpico senza nemmeno preoccuparmi di quale sport mi avrebbe potuta portare lì.

Il canottaggio è stata la risposta, la risposta ad una domanda che forse nessuno si era posto tranne me. Così diverso dall’hockey, così composto e allo stesso tempo capace di esaurire fino in fondo le mie riserve. Uno sport individuale, dove le mie forze mi avrebbero potuta portare fino alla soglia della gara delle gare.

Una volta presa dimestichezza con la barca i successi non hanno tardato ad arrivare e mi sono spesa in tutti i modi possibili per dare uno scopo a tutta la mia energia.

Vista la mia corporatura, inizialmente sono stata indirizzata verso il ruolo di timoniere, e in quella posizione ho ottenuto anche molte soddisfazioni, prima fra tutte quella di capire che fare il timoniere non fa per me.

Volevo a tutti i costi essere al centro di quel ciclone di fatica che solo un vogatore vive.

Volevo un risultato mio, che poi con il tempo ho apprezzato veder diventare nostro.

Mio e di Valentina, perché l’unica cosa più bella di vincere da sola, è farlo con qualcuno accanto che può provare esattamente la tua stessa gioia.

Federica Cesarini

Gli ultimi anni sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Infortuni, tanto miei quanti suoi, momenti di difficoltà in famiglia, successi inaspettati: un continuo sali e scendi sulla giostra delle emozioni, che ci ha portate infine faccia a faccia con il sogno più grande della nostra vita, una medaglia olimpica, raggiunta senza aver mai partecipato a una finale mondiale. Eppure non ci sentivamo nemmeno un po’ in difetto.

Siamo così, io e Valentina, si scende in acqua o per vincere o per perdere, quasi fosse un ring e le gare potessero finire solo per KO. A volte nostro, altre volte altrui.

E forse alla fine abbiamo vinto perché prima abbiamo perso tanto.

Abbiamo sbagliato molte gare prima di trovare il nostro equilibrio, la combinazione perfetta tra le nostre forze e quei duemila metri di acqua cristallina.

La finale olimpica è arrivata al termine di una lunga rincorsa e la gara non è stato altro che un infinito sprint, concluso al photofinish, con un urlo liberatorio degno di un goal allo scadere in una finale di NHL.

La prima barca femminile a portare una medaglia olimpica, la prima d’oro, alla mia pima Olimpiade: tante prime volte, che dovrebbero avere un sapore di novità, di cose inesplorate, e che invece stranamente sanno di casa, di cose mie, come scoprire che quella finale, mamma e papà si sono trovati per guardarla assieme sul divano.

Federica Cesarini / Contributor

Federica Cesarini