Jenia Grebennikov

9 MIN

A volte dico che la mia carriera è stata una fortuna.

Una semplice e magnifica fortuna.

Lo penso veramente, non lo dico per finta umiltà o per togliere del valore al mio lavoro.

Tutto, però, è arrivato con una semplicità inattesa.

Diretta conseguenza di un talento naturale che ho coltivato con la leggerezza di chi non doveva farlo per forza.

Qualcuno la chiamerebbe passione.

Più forte della stanchezza e più importante dei fondamentali.

Se manca quella è come avere un’auto nuova fiammante e scoprire che i benzinai sono tutti chiusi per sciopero.

 

Ancora oggi quando mi chiedono:

Ma come fai?

Come hai fatto a tirare su quella palla?

 

Io rispondo che non lo so.

Non lo so davvero.

Mi viene tutto in maniera automatica.

Un riflesso incondizionato, frutto dell’aver visto quella stessa identica palla milioni di volte, e di averla attaccata sempre.

Sempre. Prima che lei attaccasse me.

Io sono un prodotto della passione allo stato puro e la passione non è una cosa che ti può essere insegnata. A nessuna età e per nessuno sport.

Jenia Grebennikov

Quando ero piccolo il pallone era sempre attaccato alle mie mani, come se fosse incollato o magari legato al polso con una cordicella.

Jenia arriva con il pallone.

Non c’erano alternative. Nessun piano b.

Dove andavo io c’era anche la palla, in un pacchetto unico che ci rendeva, di fatto, una cosa sola.

All’inizio era un Super Tele, uno di quelli talmente leggeri che ogni colpo diventa completamente imprevedibile, perché cambia continuamente traiettoria.

La palla troppo leggera regalava gioie e dolori in egual numero, ma almeno ero certo di non rompere troppe cose giocando dentro casa.

 

In più, la palla leggera ha il grande pregio di tornare buona per tanti giochi diversi, non soltanto per il volley. Giocavo anche a calcio, a basket e a qualunque altra cosa mi passasse per la testa.

Le tradizioni, comunque, sono dure da cambiare e anche in casa mia c’erano due sport più importanti degli altri: la pallavolo e l’hockey su ghiaccio.

 

I primi ricordi che ho in assoluto sono quelli dei tantissimi tornei di volley 3 contro 3 che mio padre giocava in Francia, sulla spiaggia o sull’erba. Vederlo correre e saltare sottorete mi muoveva qualcosa dentro, all’altezza dello stomaco, e mi trasformavo, all’improvviso, nel suo primo tifoso.

Jenia Grebennikov

Mamma era anche lei nell’ambiente, e quando il sabato allenava un gruppetto di ragazzi mi univo sempre a loro. Non mi importava di avere 4, 5 o addirittura 6 anni di meno.

Non era importante.

A me interessava soltanto giocare e, soprattutto, sognare in grande.

I miei sportivi di riferimento, infatti, era soprattutto quelli di Holliwood.

Space Jam e The Mighty Ducks, quelle due cassette le ho guardate e riguardate fino a consumarle completamente, perché io ero sicuro che da grande sarei diventato un campione.

Ancora non sapevo di quale sport, ma ero certo che sarebbe andata così.

Fino all’adolescenza ho alternato il volley e l’hockey.

Per rispettare la religione di famiglia, certo, ma anche perché dentro di me sentivo un’amore viscerale e fortissimo per questi due giochi così diversi e così uguali.

C’è la stessa fame dietro, lo stesso spirito competitivo.

Eppure in uno te le dai di santa ragione, mentre nell’altro tutta la tua energia si deve infilare nei buchi della rete.

Jenia Grebennikov

Ero bravo.

Però sinceramente in uno lo ero di più.

Ero così bravo a giocare a pallavolo che la maggior parte delle settimane saltavo gli allenamenti e mi presentavo direttamente alla partita, che tanto mi veniva bene lo stesso. E avevo più tempo per migliorare sul ghiaccio.

Ma come accade per tutti, anche per me è arrivato poi il momento di decidere cosa diventare da grande.

Avevo 16 anni.

Ricordo ancora quando mio padre mi disse che avrei dovuto fare una scelta, hockey oppure volley, ma entrambi sapevamo già che la decisione il mio cuore l’aveva già presa.

Lui lo vide nei miei occhi.

Io lo vidi guardando, di riflesso, dentro i suoi.

La pallavolo mi stava chiamando, era tutto troppo perfetto e quasi cinematografico per non farmene innamorare completamente.

Lasciai l’hockey, che è uno sport che non puoi fare a tempo perso, perché costa caro, non si pratica part-time, e usai tutta la mia passione per trasformare in realtà il sogno di diventare un professionista del volley.

All’epoca ero una schiacciatore.

Anche perché, diciamocelo, quanto è bello fare punto?

Mettere la palla per terra, saltare sopra la rete.

Quell’anno mio papà si accordò per allenare la squadra di casa, il Rennes, nel massimo campionato francese, ed io non stavo più nella pelle.

Lo sapevo.

Sapevo che mi avrebbe chiamato per fare parte del roster e il giorno in cui firmò il contratto ero più felice io di lui.

Iniziai ad allenarmi con la squadra.

Stessa passione di sempre, ma molta più costanza di prima, perché lì, in campo, volavano bordate impressionanti.

Ero il più piccolo di tutti e per fare parte della squadra dovetti fare libero.

Io, in realtà, aspettavo solo i 18 anni per poter avere il mio primo contratto ufficiale e pensavo che alla prima occasione utile sarei tornato alla mia posizione naturale.

Jenia Grebennikov

Il libero non fa punto.

Mai.

È come il portiere di una squadra di calcio.

Ti accorgi di lui solamente se gioca male, se sbaglia una palla importante.

Più è forte e più è invisibile in campo, se non fosse per la divisa diversa dagli altri.

Non ne vedevo la bellezza.

Non la capivo.

In più sono un’istintivo fino al midollo e il peso di ogni errore tecnico mi restava appiccicato addosso, come una gomma da masticare sotto alla suola di una scarpa che ti impedisce di correre veloce sulla palla successiva.

All’inizio mi sembrava che tutto si muovesse ad una velocità tripla.

Su ogni palla arrivavo in ritardo.

Nelle letture, nel gesto tecnico e nella reazione fisica all’imprevisto.

Tutto troppo.

Con il passare dei giorni poi il pallone prese a rallentare, come in uno slow motion delicato ed cominciai a capire prima dove sarebbe caduto, dove posizionarmi.

Cosa fare per rendere la squadra migliore.

Jenia Grebennikov

Mio padre, poi, rincarava la dose. A casa la televisione era sempre fissa sui canali italiani, Rai Sport in particolare perché era gratis, non serviva un abbonamento per vederlo.

Guardavamo la Superlega e restavo con il naso incollato allo schermo come facevo da piccolo per Space Jam e The Mighty Ducks.

Se vuoi arrivare lì, devi fare il libero.
Se vuoi essere un giocatore vero quella è la tua strada

Io sentivo la passione bruciarmi dentro, esattamente come negli anni dell’hockey e del Super-Tele. Stava solo cercando strade nuove per uscire nuovamente in superficie.

Nel percorso che mi ha portato a diventare un libero, un grande libero, non ho mai perso il desiderio profondissimo di arrivare in alto, neppure per un secondo, e il mio talento ha sempre trovato una via per esprimersi a modo proprio.

Selvaggio e con poche regole, prima tra tutte il rispetto per i veterani.

Jenia Grebennikov

Continuo ad intristirmi per l’errore, come quando avevo 16 anni, ma ora che ne ho 30 so che un errore non è la fine di tutto e che se la squadra vince va bene lo stesso.

Penso sempre ai palloni che sbaglio e li rivedo decine di volte.

Nella mia testa non in tv.

Perché io mi sento uguale a prima, guidato solo dalla voglia irrefrenabile di giocare e divertirmi. La tecnica è migliorata, pian piano, e ho imparato a diventare un professionista a tutto tondo, ma alla fine della giornata, quando chiudo il borsone e torno a casa, è la solita vecchia verità a comparire nella testa e nel cuore:

Jenia arriva sempre con il pallone.

Jenia Grebennikov / Contributor

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